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Le rocce di Fabio Barile

Una roccia non è che una roccia se osservata distrattamente: silenziosa, immobile, fino a divenire invisibile. L’occhio che guarda finisce per non vedere più, a non fare caso alle differenze se non davanti a una catastrofe oggettivamente riconoscibile. La natura sembra essere cornice degli eventi, quanto di più inerme possa restare sullo sfondo del tempo, come priva di qualsiasi tipo di reazione ai fenomeni visibili. La realtà, invece, è che la natura è quanto di più mutevole e instabile possa esistere intorno all’uomo, in grado di caratterizzarne destino ed eventi futuri.

Ispirato dal libro di James Hutton Theory of the Earth, or, An Investigation into Laws observable in the Composition, Dissolution, and Restoration of Land upon the Globe, dai lavori fotografici di Timothy O’ Sullivan, Berenice Abbott e dall’archivio di Gaetano Ponte, la mostra di Fabio Barile ospitata da Matèria, An Investigation of the laws observable in the composition, dissolution and restoration of land è un processo di studio attento della materia. Vicino allo sguardo circospetto degli artisti romantici che guardavano alla natura come forza incontrollabile – davanti alla quale l’uomo non è che un piccolo essere infinitesimale – e che definivano il loro senso di piccolezza con il senso del sublime, Barile guarda alla natura come facendo un rispettoso passo indietro, osservandola con una distanza sufficiente a studiarne i fenomeni interni oltre che la bellezza.

Processo naturale e processo fotografico si incontrano nell’ultimo progetto di mostra personale che Niccolò Fano presenta nella sua Matèria, sapendo coniugare immagini che sembrano appartenere a una dimensione senza tempo. In lavori come Untitled (2016), Dolostone outcrop in the Campo Imperatore plateau, Gran Sasso and Monti della Laga National Park, Abruzzo, Italy (2015) o nelle solfatara di Manziana (2016) Barile racconta un paesaggio quasi lunare, dai colori nitidi e freddi, come se si trattasse di rocce non realmente esistenti. È una natura che subisce l’agire del tempo, che esiste apparentemente intatta da decine di migliaia di anni, il cui cambiamento è un impercettibile movimento che l’uomo non riesce a cogliere: la roccia invecchia di giorno in giorno, consumandosi, pur restando nel complesso forte e compatta per chi la guarda.

Questo processo di continua erosione diventa protagonista nei lavori in cui la pellicola Kodak si deforma e si piega per l’azione di una candela (Study #1 e #2 on the Hawaiian hot spot and volcanic chain formation. Tea candle and 4×5, 2016) o quelli in cui la sabbia si espande sulla carta cromo genica (Simulation of a landslide in the darkroom with sand, developer and chromogenic paper, 2015). All’analisi degli elementi che caratterizzano il paesaggio si aggiungono dunque sperimentazioni a partire dal materiale fotografico così come la curiosa ricostruzione di fenomeni naturali attraverso l’ausilio di oggetti appartenenti alla vita quotidiana, come un semplice phon che mostra la formazione di dune di sabbia.

La natura non è – e non deve essere – semplice fenomeno a sé stante, ma punto di partenza per un confronto e aperto dialogo continuo con un’umanità del tutto inconsapevole dei complessi processi formativi ed evolutivi degli elementi paesaggistici. Processi che generano uno stupore a sua volta in grado di suscitare la giusta curiosità che porti l’uomo a farsi domande, dunque a voler conoscere.

Fino all’11 maggio; Matèria Gallery, via Tiburtina 149, Roma; info: www.materiagallery.com

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