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The night illuminates the night

Le opere di Rafael Y. Herman sono squarci di luce che illuminano il buio. Fotografie che, nate dall’oscurità riescono a rendere visibile quello che di solito è negato al nostro occhio. Paesaggi, più o meno astratti, che immortalano la foresta della Galilea, i campi dei Monti della Giudea e il mar Mediterraneo. Una serie cominciata dall’artista nel 2010, guidata dalla volontà precisa di Herman di instaurare un dialogo con i grandi maestri del passato, soprattutto pittori, che nei secoli hanno rappresentato la Terra Santa senza averla mai vista, basandosi su fonti bibliche o letterarie. Anche Herman ripercorre quei luoghi, per lui familiari, privandosi della vista, sostando diverse ore al buio con cavalletto e macchina fotografica per attendere un piccolo miracolo tecnologico. L’attesa e il tempo sono due fattori costanti nel lavoro di Herman, così come lo è l’imprevisto: «So sempre dove vado, ma in fondo non lo so. Posso prevedere l’immagine che sarà ma ogni volta scopro colori nuovi e nuove forme».

Il risultato è un paesaggio artificiale, ma senza alcuna manipolazione digitale, foglie violette che tempestano i rami di un albero immaginario, una natura montagnosa che appare come un mare tranquillo su un cielo limpido. In realtà, invece, i paesaggi di Herman non hanno cieli, il cielo non si vede, sono forme vegetali che galleggiano su una superficie neutra e che si mostrano all’occhio umano più o meno nitide a seconda della luce della luna. Ed è proprio la luna a permettere alle ombre di comparire in foto, ombre che a occhio nudo di notte non si vedono ma che in realtà esistono e hanno lo stesso peso degli elementi circostanti. Nell’arte di Hernan si può dire che non esiste il buio. ogni cosa è illuminata e ogni paesaggio ha due anime e vale la pena scoprirle entrambe. Curata da Giorgia Calò e Stefano Rabolli Pansera, la mostra ospitata al Macro di Testaccio, The night illuminates the night, presenta una decina di grandi lavori dell’artista, rispettando in modo coerente il processo fotografico dell’artista. È infatti un percorso quasi al buio, in cui affiorano prepotentemente le opere dall’oscurità, dalle più astratte alle più figurative, mentre un video svela il processo intimo di realizzazione delle fotografie, dal buio pesto alla luce più abbagliante. O, meglio, come dice l’artista, «una non-luce».
Dal 25 gennaio al 26 marzo; Info: www.museomacro.org 

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