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Retrospettiva a luce solida

“Sono passate di moda le ideologie! Ed ecco qui un uomo che continua a parlare non si sa più di che cosa, a degli uomini che vanno non si sa dove” (dal film Uccellacci e uccellini di Pier Paolo Pasolini, 1966). È indubbio che Fabio Mauri continui ancora a parlare attraverso le sue opere, e a parlare anche di ideologie passate di moda. Ideologie e forme di attuazione delle stesse che restano però in agguato. La sua è un’autopsia della Storia nel senso greco del termine. Ed è altrettanto indiscutibile che Mauri parli a uomini ancora capaci di deragliare con estrema facilità. L’importanza del suo operato, che repelle ogni incasellamento a favore di una libertà espressiva multiforme, segnata spesso dal dono dell’anticipazione, rimette per l’ennesima volta in discussione il fine ultimo del fare arte, la risonanza che la stessa dovrebbe avere sull’uomo e la società, un’arte militante, politica se di politico si adotta l’accezione più nobile respingendo ogni schieramento e colorazione. Nato e cresciuto negli anni dei più micidiali “ismi”, Fabio Mauri sceglie presto di trasferire gli orrori vissuti su un piano narrativo che parla attraverso una pratica artistica capace di “risvegliare – – come scrive Bartolomeo Pietromarchi – una coscienza collettiva assopita, scoperchiando il vaso di Pandora di una memoria in sospeso”. L’artista interviene sulla memoria e su quell’infame processo di rimozione che permette a un popolo di dimenticare portando con sé il rischio di ricadere nell’errore. E che aveva contrassegnato l’Italia del secondo dopoguerra. L’arte, ha scritto Eco in riferimento a Mauri, è il modo di rivivere (e non dimenticare) la storia del presente, e Mauri ha letteralmente rimesso in scena ciò che è stato, proiettandone con delicata e poetica violenza alcune tra le scene colpevolmente dimenticate. E tutto ciò lo si avverte come una esigenza, da parte di un artista che ha conosciuto sulla propria pelle l’(elettro)shock dei capitoli più nefasti della contemporaneità.

A Napoli il Museo Madre gli dedica una grande mostra, Retrospettiva a luce solida, curata da Laura Cherubini e Andrea Viliani, in collaborazione con lo Studio Fabio Mauri. L’esposizione è concepita su più livelli: piano terra, sale del mezzanino, terzo piano, Sala delle Colonne al primo piano e tetto-terrazzo. Si tratta però anche di una stratificazione concettuale, disordinata nella traiettoria da seguire rispetto al corso della storia dell’artista, un andirivieni che però consente di guardare, ascoltare e leggere le sue reali intenzioni. E che addirittura ne svela aspetti di fondamentale contorno. Infatti nella Sala delle Colonne al primo piano viene proposta la serie completa di maquette architettoniche delle mostre più importanti dell’artista romano, una operazione interessante che racconta dell’importanza attribuita agli allestimenti e nel contempo della complessità di alcune scelte adottate. La filiera delle sale del terzo piano ospita l’evoluzione della teoria degli schermi o della proiezione, proposta in successione cronologica, insieme ad altre opere. Dalla serie diversificata di schermi, frutto del confronto serrato con i mezzi di comunicazione sempre più massificati e la cultura pop, alle sculture e alle installazioni che riflettono sul concetto di luce solida e di proiezione come spazio interstiziale (Cinema a luce solida, 1968; Pila a luce solida, 1968; Colonne di luce, 1968) alla riproposizione delle proiezioni che spingono oltre il discorso sullo schermo sconfinando su corpi, oggetti e architettura (tra le altre Rebibbia 1, Murato vivo, Sfera, Intellettuale). Un susseguirsi di sperimentazione transmediale che comprende anche la ricostruzione di Luna (1968), Il televisore che piange (1972) e Ricostruzione della memoria a percezione spenta (1988). Mentre sul tetto-terrazzo sventola la bandiera bianca de La Resa (2002), simbolo di una capitolazione formale oltre che (forse) ideologica.

All’interno della sala Re_PUBBLICA MADRE al piano terra è stato allestito un “teatro unico dell’arti”, teoricamente concepito come prima tappa del percorso espositivo, uno spazio dove il rapporto tra Mauri e la Storia si intensifica e assume forme diverse: opere, installazioni, documentazione. Un ambiente dove si avverte con una certa forza l’attitudine performativa dell’artista, grazie soprattutto alla riproposizione programmata di alcune sue azioni (Ideologia e Natura, 1973; Europa bombardata, 1978; L’Espressionista, 1982; Senza Titolo, 1992) e alla presentazione di materiali relativi a L’isola (1960), sua prima opera teatrale. Un paragrafo importante della narrazione è dedicato inoltre al lavoro critico che l’artista effettua sulle derive del linguaggio, uno strumento letale al servizio di dittatori e demagoghi (Manipolazione di cultura, 1971-1976; Ho pensato tutto, 1972; Linguaggio è guerra, 1975). Sempre di grande impatto le installazioni “Il Muro Occidentale o del Pianto” (1993) e Sala del Gran Consiglio (Oscuramento) (1975), opere sistemate su una direttrice centrale che termina, la ormai nota scritta The End lo conferma, con Teatrum Unicum Artium (2007). Le tre sale del mezzanino, infine, ospitano la documentazione video di Che cos’è il fascismo (1971), Gran Serata Futurista 1909-1930 (1980), Che cosa è la filosofia. Heidegger e la questione tedesca. Concerto da tavolo (1989).

26 novembre 2016 – 6 marzo 2017; info: www.madrenapoli.it/mostre/fabio-mauri

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