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Giovanni Kronenberg da Z2O

Come si può resistere al tempo? Cosa è in grado di sopravvivergli? In natura la risposta sarebbe tutti quegli organismi che hanno superato la selezione con gli altri esseri viventi. Nell’arte, forse, i capolavori dei grandi maestri. In entrambi i casi si tratta dell’oggetto del collezionismo stesso e il collezionismo ha a che fare con il tempo. In ogni caso, al di là della sopravvivenza o dell’idea di gusto, sarà il tempo a decidere cosa far passare alla storia, ledendo, scolpendo, salvando una piccola o grande memoria del passaggio. Giovanni Kronenberg, in mostra nella galleria Sara Zanin fino al 10 novembre, risponde all’interrogativo mettendo insieme le due cose: da una parte oggetti collezionati nel tempo, con i quali ne ha trascorso parecchio prima di trasformarli in opere; dall’altra interventi dal presente, nella maggior parte dei casi molto piccoli.

Come in una moderna wunderkammer, in un percorso intrecciato tra futuristici mirabilia, Kronenberg unisce materiali e oggetti che «sono –  come scrive Alessandro Rabottini nel testo di presentazione per la mostra – carichi di passato ma non generano narrazioni, contengono molteplici dimensioni del tempo ma non raccontano storie»: il risultato della sua operazione è, piuttosto, un incontro istantaneo sospeso tra due tempi, il presente che intacca il passato senza la pretesa di costruire un legame con esso. Una perla nera di Haiti, unica nel suo genere, interviene su un cristallo di rocca pur nella sua microscopica – e quasi invisibile – dimensione; il crine di un muflone – legato nell’immaginario all’idea di movimento e libertà – costretto sotto una campana di vetro; le spugne raccolte nei fondali profondi dell’isola di Lampedusa che mischiano l’odore dell’acqua di mare con una spruzzata di profumo; un dente di capodoglio appena coperto da una patina di fuliggine; le corna di un cervo, qui come una grande mano che porta un ditale d’argento. L’artista crea nuovi oggetti delle meraviglie, nuovi manufatti curiosi che sembrano scherzi nobili della natura, frutto del momento in cui qualcosa di impercettibile nel processo della sedimentazione ha sviato il suo corso prestabilito.

Se si potesse saltare avanti negli anni e arrivare tra le sale di un futuristico Museo di Storia Naturale, questi reperti sarebbero antiche vestigia della presente modernità. La risposta di Kronenberg è proprio quella di presentare oggetti che fanno dialogare dimensioni sfalzate di tempo, in nessun caso raggiungibili fra loro e specchio fedele di una contemporaneità in cui il tempo non è che un eterno frammento disconnesso dal precedente.

L’intervento dell’artista diventa, dunque, un’interruzione di un processo e il principio di un altro, come moderni fossili che vengono portati a nuova vita. La riflessione non è tanto rivolta all’oggetto in quanto tale – o alla sua reale appartenenza – quanto al potere evocativo che ogni cosa può produrre. Come si può resistere al tempo? Cosa è in grado di sopravvivergli? Un ingranaggio di un torchio antico, ormai privato della propria funzionalità, porta addosso i segni delle scanalature, dei tarli. In lontananza, da una dimensione che sembra lontanissima, la conversazione disturbata tra due astronauti che non riescono a comunicare. «Le cose rare – continua Rabottini – sono, in un certo senso, quelle che sono sopravvissute» e Giovanni Kronenberg continua a crearne di nuove, sperando che la loro unicità resista allo scorrere degli anni.

Fino al 10 novembre; galleria Sara Zanin, via della Vetrina 21, Roma; info: www.z2ogalleria.it

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