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Roma pop city?

Piazza del Popolo, il caffè Rosati, via Ripetta. Sono questi i luoghi intorno ai quali si è sviluppata in Italia una delle più importanti stagioni artistiche del secondo dopoguerra. Roma la protagonista indiscussa e quindi il fulcro intorno a cui ruota la mostra, Roma pop city, organizzata al Macro di via Nizza che ricostruisce gli anni Sessanta della Pop Art. Una mostra che vanta un comitato scientifico ricco di esperti ed esponenti di quel periodo tra cui Nanni Balestrini, Maurizio Calvesi, Fabio Sargentini, Laura Cherubini e Raffaella Perna. Notevole anche lo sforzo di raccoglierne e assemblarne le principali opere, che permettessero di ricostruire i diversi filoni e tendenze del decennio in cui Roma poteva competere per il titolo di capitale dell’arte contemporanea, in aperta sfida con New York. La suddivisione della mostra in diverse sezioni aiuta il visitatore a orientarsi tra i diversi linguaggi ritessendo le fila di orientamenti diversi ma che procedevano in parallelo.

Efficaci anche alcuni accostamenti che permettono di cogliere appieno la convergenza di alcune ricerche: su tutte l’uso della vernice d’argento presente nello stesso periodo nei monocromi di Tano Festa e di Giosetta Fioroni allestiti uno accanto all’altra o la ripetizione sulla tela di un simbolo, un segno, di cui si avvalgono sia Franco Angeli sia, in modo più diffuso e noto, Renato Mambor nella serie dei timbri.

La scuola di Piazza del Popolo, questo il nome da tanta critica attribuito al gruppo, nasce in contrapposizione alla precedente stagione dell’Informale e si caratterizza inizialmente per l’azzeramento della tela pittorica coincidente con un altrettanto azzeramento dell’emotività e soggettività dell’artista. Dopo questa fase costituita da una serie di opere monocromatiche lentamente iniziano a riemergere oggetti, simboli. Il nuovo linguaggio figurativo prende spunto dalla panorama di Roma, dai suoi segnali stradali, dai suoi colori, dai suoi monumenti. Ecco allora comparire il Colosseo in molti quadri di Mambor, particolari tratti dalla Cappella Sistina in quelli di Festa, la lupa capitolina nelle opere di Angeli, frammenti urbani in quelle di Mario Schifano. Proprio il ritorno alla figurazione, con il rifarsi a simboli, icone della società, ha fatto sì che il gruppo venisse considerato come una diretta filiazione della Pop Art statunitense. Nella mostra si intende tuttavia sottolineare proprio la matrice italiana del movimento, un’autonomia dalla coeva pop americana che tra l’altro era evidenziata da Festa in una lettera del 1965: «Comunque New York non mi ha dato e non mi darà lo choc che prevedevo. E di questo ne sono lieto. Vorrei che a Roma i nostri amici mercanti e critici si mettessero bene in testa che a Roma si fanno cose interessanti come si fanno qui e viceversa, che insomma bisognerebbe smetterla di guardare quelli che tornano da New York come se tornassero dal Paradiso Terrestre».

Fino al 27 novembre; Macro, via Nizza 138, Roma; info: www.museomacro.org

Commenti

  • rudy geo

    schifan ose li mangia tutti quei artisti mediocri della pop ,schifano non è pop ,mambor è u buon artista che ha copiato whrol ,i uomini statistici arrivano dalla idea di continuita di whrool ,poi lui ha cambiato il concetto ,ma è un mediocre artista cche davanti a schifano è nullo ,angeli ottimo ma non geniale ,schifano sel i presi tutti sopra e quando lui ha detto no a castelli gl ialtri non li volevano nessuno ,schiano è il genio dei geni della seconda meta del 900 ,per i lpremio giovani 63 e la nuova figurazioni ci sono disegni che fanno impallidire morandi,ma lui è oltre la solita arte figurativa e lui non l’ha piu presa perche lui è: OLTRE L’ARTE MONOTANO CONTEMPORANEA ,SCHIFANO è SCHIFANO ,ARTISTI DI OGGI LI GUARDI E VEDI SCHIFANO NON DI CERTO MAMBOR QUEL PERDENTE ARTISTA MANDATO AVANTI A MOSTRE PAGATE DA GALLERIE PIVATE COME ARTE INV3STIMENTI