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Contemporary locus

La retta è un insieme infinito di punti che seguono la stessa direzione. Immateriale e senza spessore, il secondo ente fondamentale della geometria euclidea giace trasversalmente attraverso una superficie piana, tracciando in questo modo un limite. La zona di confine è luogo d’irrinunciabile separazione dove la differenza è tangibile, ma – come scrive Hans Ulrich Obrist – molto spesso sono le limitazioni a generare risorse, e condizioni insoddisfacenti spronano l’immaginazione a esplorare nuove possibilità. Laddove la linea continua mostra una chiusura, immediatamente si realizza un’apertura. Il limite è quindi anche il momento del contatto, del legame e del rapporto; è la circostanza che permette una generazione, che scardina lo spazio e che costruisce a una nuova geometria.

Contemporary locus, l’associazione culturale onlus e nonprofit, fondata nel 2012 a Bergamo, garantisce l’esistenza del limite, è la retta che descrive il margine tra il passato e il presente. Il binomio inglese e latino indica proprio questo intento: abbattere ogni barriera tra ieri e oggi e volgere lo sguardo esclusivamente verso il futuro. Il progetto sperimentale auspica la riconfigurazione estetica e progettuale del territorio bergamasco tramite l’esposizione dell’arte contemporanea in luoghi urbani antichi di alto interesse storico e artistico, ma ormai dimenticati o dismessi e a volte addirittura abbandonati al degrado. Il valore aggiunto di ciascuna mostra realizzata da Contemporary locus, cosa d’importanza fondamentale per il progetto, è l’utilizzo parallelo all’arte delle nuove tecnologie e delle forme più avanzate di produzione dell’energia. Gli artisti italiani e stranieri, invitati dalla curatrice Paola Tognon alla realizzazione di lavori site-specific, rendono materiale e visibile l’impegno sociale di Contemporary locus, nascondendo e allo stesso tempo rivelando la gratuita e volontaria partecipazione al progetto di diverse professionalità e personalità.

I luoghi scelti sono quindi riconsegnati all’attualità e all’attenzione pubblica tramite lo scambio culturale e tecnologico tra passato e presente, così da confidare in una loro visibile riattivazione. La stessa Ex Centrale Elettrica di Daste e Spalenga a Bergamo, lo spazio che attualmente ospita la decima edizione di Contemporary locus, è promessa a una nuova funzionalizzazione ovvero alla creazione di un centro per il co-working. Costruito nel 1927, questo edificio è stato il centro di produzione d’energia per tutte le industrie operative dell’area, e il luogo di lavoro manuale e intellettuale di più di 600 operai. Nel 1960 l’Ex Centrale Elettrica fu però chiusa e da quel momento lasciata in uno stato di abbandono fino al 2000, quando fu ristrutturata ma presto dismessa per la seconda volta. Contemporary locus ha finalmente riaperto il grande spazio, si spera in modo definitivo, e ha creato un forte collegamento tra la memoria storica dell’edificio e l’attualità della tecnologia offrendo un’esperienza artistica temporanea e inedita, e soprattutto svelando relazioni che erano ancora sconosciute.

Il passato e il presente convivono grazie alla realizzazione di un’opera d’arte totale, di un mondo geometrico e tecnologicamente all’avanguardia che si fa grande contenitore dove potersi ritrovare in un riflesso congeniale e familiare. Passi, il pavimento di specchi site-specific dell’artista Alfredo Pirri, sottostà alle rigide leggi dell’architettura e giocosamente orchestra i visitatori della mostra, coordinando una melodia fatta di suoni e riflessi che avvicinano al concetto di distruzione creativa del filosofo Zygmunt Bauman. La mostra è stata allestita grazie all’intervento di personale qualificato e di strumenti all’avanguardia di un’industria vetraria che ha permesso una precisione millimetrica nell’utilizzo dei materiali. Nell’ambiente spazioso e minimale dell’Ex Centrale Elettrica di Daste e Spalenga, lasciato volutamente nelle identiche condizioni di restauro in cui è stato trovato, l’intervento di Alfredo Pirri (inserito nel ciclo di opere intitolate Passi iniziato nel 2003) è per la prima volta astratto ed essenziale. Passi ha preso forma dall’atto performativo dell’artista e continua a evolversi grazie al camminare del pubblico che a ogni visita partecipa attivamente al completamento dell’opera, rompendo meccanicamente i vetri che si trovano sotto i loro piedi. Il gesto del rompere è, quindi, distruttivo ma contemporaneamente creativo, oltre che artefice di un’esperienza acustica e visiva folgorante che regala una sensazione di vuoto, come se il mare ghiacciato che calpestiamo e che ci restituisce l’immagine di noi stessi potesse rompersi da un momento all’altro e risucchiarci.

Il rumore dei vetri rotti provocato dai passi costringe a un’attenzione istintiva data dalla privazione dell’ordinario senso di sicurezza e concede, avvolgendoci di suoni e riflessi, una forte consapevolezza personale e spaziale. La natura partecipativa, inclusiva e pubblica dell’opera d’arte e i suoi mutamenti mettono in risalto il ricordo dei continui cambiamenti e delle evoluzioni della Centrale Elettrica. Infatti, la fabbrica di Daste e Spalenga era alimentata originariamente grazie all’uso del carbone, in seguito del gasolio e poi ancora del metano, ma è ora resa autonoma grazie all’istallazione di pannelli solari. Un sistema di rilevamento costruito con specifici sensori registra in maniera sequenziale il movimento del sole durante tutto l’arco delle giornate per poi restituire la luce durante le notti, artificialmente e a intermittenza. Il controllo dell’illuminazione è stato reso possibile con il contributo di un’impresa impegnata nella diffusione d’impianti che sfruttano l’energia solare ed è gestito tramite una piattaforma web controllata da Elisa Bernardoni, la responsabile dell’ideazione e dello sviluppo tecnologico di Contemporary locus. Un diverso sistema di rilevamento raccoglie, invece, il movimento di quei visitatori che decidono di scaricare sul proprio cellulare l’applicazione gratuita Your Steps. In una realtà perennemente connessa alla rete e dove lo spazio fisico e le distanze sembrano essersi completamente annullate, Contemporary locus rende l’uso della tecnologia più diffusa del momento un modo per attivare ulteriormente la memoria. Il server, programmato anch’esso da Elisa Bernardoni, restituisce all’utente il ricordo della visita alla mostra: il disegno di una costellazione sarà il riassunto dei suoi passi sugli specchi. L’Ex Centrale Elettrica di Daste e Spalenga è uno spazio che siamo invitati ad attraversare liberamente e che ci porta all’interno di un racconto da non dimenticare. L’opera d’arte senza piedistallo e la frammentazione fisica e metafisica in continuo dialogo con l’ingegno si combinano in un luogo in cui considerarsi e dove la fotografia generata da Your Steps acquista un valore che può dirsi idolatrico.

Alfredo Pirri, in effetti, ha interpretato fin da subito lo spazio dell’edificio industriale pensandolo come una cattedrale laica, costruita simbolicamente e visivamente come un tempio volto a venerare la fatica del lavoro. All’interno dell’Ex Centrale ci sono, infatti, finte colonne e finti capitelli, mentre l’acustica è resa solenne dalla struttura architettonica generale e la frantumazione dei vetri si fa rituale, risultando dedito all’affronto e al superamento dell’irreligiosa superstizione per la quale rompere uno specchio è sinonimo di iattura. La dimensione collettiva dell’opera d’arte permette anche di poter vedere i passi precedenti ai nostri, desacralizzando quel conforto dato dalla comunione che è poi il fine ultimo di ogni religione. Quando l’insicurezza odierna riguardo ai pensieri comporta un deciso rafforzamento del materialismo, Passi riporta la spiritualità dell’arte nel mondo fisico e allo stesso tempo tende al progresso senza alcuna avversione, acquistando una naturale propensione alla formulazione di nuovi concetti. Come avesse anche un campanile, l’Ex Centrale Elettrica restituisce la luce catturata durante il giorno allo scoccare di ogni ora della notte e il sole ottiene così l’elevazione a potenza divina. Contemplando una precisa ora del tramonto, i suoi raggi penetrano in asse perfetto e creano un incredibile gioco di riflessi sulle pareti interne dell’edificio grazie agli specchi sul pavimento.

Al centro del quadrato geometricamente quasi perfetto dell’aula principale dell’Ex Centrale Elettrica ci sentiamo parte di un mutamento. Accettiamo in bilico le debolezze di una visione destabilizzante ma, con una prospettiva nuova e sotterranea che mostra anche le radici, sfruttiamo l’immaginazione in continua rottura con il reale per interrogare il presente. Il moltiplicarsi dei frammenti degli specchi si aggroviglia con l’accumulo di segni naturali, artificiali e tecnologici e, in un bisogno di progresso, diamo sfogo a noi stessi battendo i piedi per terra.

 

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