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La mostra di Rayyane Tabet

La cripta di un museo, quella del Museo Marino Marini, diventa lo spazio per la mostra del libanese Rayyane Tabet,  curata da Leonardo Bigazzi, scelto come artista di respiro internazionale per dare voce e corpo al linguaggio contemporaneo anche in una città come Firenze, intrappolata in parte al suo volto di luogo sacro del Rinascimento ed Umanesimo. Infatti, l’accostamento Firenze e arte contemporanea non viene di fatto immediato e tanto meno è riconosciuto e visibile, essendo ancora oggi rivolto ostinatamente al suo gloriosissimo passato artistico. Un passato e un’eredità di incalcolabile valore che spesso chiude le porte al contemporaneo, offuscando inevitabilmente ciò che di nuovo l’arte produce ogni giorno. Poche realtà attente e all’avanguardia fanno l’eccezione, come il Museo Marino Marini diretto attualmente da Alberto Salvadori, riuscendo così felicemente ad infrangere la regola del turismo di massa che vuole anche il più grande museo del passato strumentalizzato dalla strafila giornaliera di turisti, che provengono da ogni angolo del globo.
Come ha affermato lo stesso direttore in un’intervista di qualche tempo fa, il problema risiede nel fatto che Firenze sia, come Venezia, una città in gran parte museificata solo che nel capoluogo veneziano la Biennale e le grandi istituzioni come Palazzo Grassi o Punta Dogana danno grande visibilità all’arte contemporanea. Al Museo Marino Marini il lavoro quindi ha un grande valore e responsabilità, quella di parlare anche il linguaggio del contemporaneo, operando su più fronti tra cui quello di invitare artisti internazionali, dando adito ad un momento di confronto e vicendevolmente di scontro artistico. Non a caso per la prima volta in Italia con una personale è stato scelto Rayyane Tabet in questi giorni caldi di inizio estate che inaugura con l’esposizione La Mano De DiosLibanese, classe ’83, reduce dalla proclamazione a vincitore del DAAD Artist Residency nel 2016 ha una formazione in architettura e arti visive conseguita tra New York e San Diego ed è un artista già noto su scala internazionale. I suoi progetti dal Libano, e in particolar modo da Beirut, hanno facilmente raggiunto centri internazionali come New York, Sharjah (Emirati Arabi Uniti), Amman (Giordania), Parigi, Amburgo.

Tabet, dunque, conclude a Firenze un lavoro decennale da lui intitolato Five Distant Memories composto di vari momenti The Suitcase, The Room, The Toys, The Boat and Maradona (2006-2016) , che ha toccato Parigi, Kiev, Amsterdam, ancora New York e che è stato ospitato in istituzioni di assoluto rilievo come Darat al Funun (Amman), Centre Georges Pompidou (Parigi), The New Museum (New York), Pinchuk Art Center (Kiev) and Sharjah Art Foundation (Sharjah). La quinta ed ultima mostra della serie trova luogo in un spazio sacro e piccolo come la cripta del Museo M. Marini, un ambiente in grado di accogliere e custodire gli oggetti-opere, pensati e concepiti all’artista. Oggetti che sono ricordi e che diventano simboli di una riflessione su complesse dinamiche geopolitiche, capaci di sconvolgere e cambiare il destino di intere generazioni di popoli. L’artista utilizza infatti oggetti di uso comune con un’adesione quindi visiva e formale totale e intatta alla sua realtà quotidiana, fulcro e nodo centrale della sua espressione. E gli oggetti sono quelli della sua personale memoria storica come un set di giocattoli, piuttosto che un logoro barcone utilizzato invano dal padre nel fallito tentativo di lasciare la sua martoriata terra d’origine. La ‘messa in opera’ di questo grande barcone appeso al soffitto, esprime l’inquietudine e l’incertezza di ogni oggetto o persona che si ritrovano in qualche modo sospese e letteralmente con i piedi che non toccano terra oppure come crocifissi, destinate a sostare immobili in una immobilità invalidante. Vicino al barcone un’ancora massiccia e con molteplici punte uncinate ha il sapore della durezza e delle ferite che ogni lungo e incerto viaggio per mare comporta. L’esposizione fiorentina che si chiama La Mano de Dios prende le mosse dal famoso gol di mano che Maradona segnò contro l’Inghilterra nei quarti di finale del Mondiale del 1986. Una vendetta degli argentini contro gli Inglesi nel duro scontro della guerra delle Falklands. A Beirut l’annuncio del gol alla radio fu data con una sirena che simulava di solito imminenti bombardamenti. Un allarme, inserito di proposito dal cronista per attirare l’attenzione, e che per Tabet diventa il terribile ricordo della guerra civile del rifugio nel bunker per potersi salvare la vita. Il bunker dell’infanzia dell’artista che diventa oggi la cripta del Museo, essa stessa utilizzata come bunker durante la Seconda Guerra Mondiale. Per la prima volta rispetto ai capitoli precedenti viene coinvolto un episodio storico conosciuto in tutto il mondo, con cui ciascuno degli spettatori è chiamato a relazionarsi.

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