Stasera, ore 20:45, appuntamento con Davic Nod al Maxxi di Roma per la serata di apertura di Spring Attitude. Artista di Barcellona, classe 1987, Nod vive a Berlino in pianta stabile. Nonostante una formazione classica, il suo universo musicale è l’elettronica, una contaminazione fatta di rumori, droni e suoni distorti. Ma la sua ricerca non si ferma qui, da qualche anno Nod sta indagando le barriere della percezione, un’analisi sul suono, fino al più impercettibile, quello del subconscio, che avvicina l’uomo alla natura e alla spiritualità.
Da una formazione classica come pianista, come sei arrivato alla musica elettronica?
«Ho iniziato a registrare suoni con una pianola in un software di musica e improvvisamente mi sono accorto che stavo facendo elettronica. Da quel momento non suono molto il pianoforte».
Quanto ha influito la tua formazione nei lavori che fai oggi?
«Su alcuni ha di certo avuto un ruolo importante anche se, per esempio, il lavoro che ho presento a Spring Attitude non è influenzato dalla musica classica. Ho anche un background come ingegnere audio e la mia musica è molto più condizionata da questo aspetto».
Da Barcellona a Berlino e ora Roma. Quali sono le tue aspettative sul MAXXI?
«Credo che sia sempre meglio non avere nessuna aspettativa, ma sono eccitato dall’idea che suonerò nel Museo di arte contemporanea della capitale italiana. Non solo, è anche la prima volta in assoluto che suono in Italia!».
La tua musica è fatta di droni, rumori e glitch. In questo vero e proprio paesaggio, che importanza ha il suono della voce umana?
«La voce umana può anche essere drone o rumore, con una complessa modulazione. Non so quanto sia importante ma è divertente giocare con le voci come fossero fonti sonore e ne siamo naturalmente attratti».
Per la prima volta presenterai a Roma un “live act” eseguito al Sonar di Barcellona. Come e perché hai deciso di esplorare le frontiere della percezione?
«Da diverso tempo sono interessato alla percezione del suono. C’è un libro, Musicophilia di Oliver Sacks, che mi ha incuriosito molto, su come il cervello interpreta la musica e il suono. Il live che ho suonato a Barcellona è venuto fuori per caso. Non l’avevo pensato per il Sonar, ma originariamente come un pezzo da suonare per me stesso, una sorta di meditazione. Poi sono stato chiamato dal Sonar e ho pensato, questo è perfetto! Ma solo dopo ho realizzato cosa significasse davvero: stavo esplorando i limiti della percezione per parlare di coscienza, in un certo di spiritualità. I pensieri, infondo, sono dei suoni sottili, che passano attraversano la soglia dell’udito dal subconscio al alla presa di coscienza. Per questo ho provato a portare i suoni in quell’area intorno alla soglia dell’udito. Si tratta infondo di riconnettersi alla natura e a noi stessi attraverso il suono, come in meditazione. Da quando ho capito questo, ho iniziato a credere fermamente che la musica sia un linguaggio del subconscio. Cito come esempio la performance Thæta, in collaborazione con il collettivo berlinese Stratofyzika».
L’aspetto performativo sembra aver avuto quindi un’importanza crescente nel tuo lavoro.
«Sono più interessato a suonare che a scrivere. Ma in ogni caso, quando produco qualcosa, mi piace che ci sia l’aspetto performativo e registro la performance. L’unica differenza tra questo e una performance live è che puoi modificare delle cose o ripetere, se necessario, la performance».


