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L’infinito in uno scrigno

Si è conclusa da poco Vis Attractiva, la mostra di Antonio Fiorentino progettata per lo spazio no profit milanese The Open Box e composta da tre lavori inediti legati tra loro da una serie di analogie, sia visive che concettuali. Un meticoloso calcolo di pesi cromatici, diagonali e proporzioni va a ricostruire l’ambiente proponendo una cappella bramantesca del nostro tempo. O di altri. Perché l’atmosfera è cristallizzata: un guscio metafisico che protegge dei fossili, tracce di una storia lontana e che racchiudono forze immobili e immutabili, ma sempre in circolo. L’atto dello scavare per portare alla luce è una sorta di fil rouge che lega lo spazio al lavoro di Fiorentino; così come l’archeologo scava per dar luce al passato, lo scultore toglie la pietra per creare l’opera, lo studioso penetra nelle profondità della conoscenza, così chi si reca a The Open Box deve recarsi fino al cuore del cortile nascosto di un palazzo milanese ed entrare in un white cube, che ne racchiude la sua essenza. Presenza nascosta, ma magnetica, come la forza descritta dal gesuita seicentesco Athanasius Kircher nel trattato Ars Magnesia, forza che unisce tra loro le varie parti del cosmo, ovvero gli elementi animali, vegetali e minerali e usato come punto di partenza da Fiorentino per crearo questo e i suoi lavori futuri (in Francia e a Roma) nei quali l’artista si avvicinerà ad un’altra passione di Kircher, quella per il museo/archivio di reperti.

Il fascino per gli elementi in trasformazione, già presente nel grande progetto corale vincitore del Talent Prize 2015 ispirato all’incisione Melancholia di A. Dürer, viene qui approfondito e trattato come un viaggio metaforico. L’aria attraversa la catena di mascelle di squalo dell’opera Untitled (Vis Attractiva), 2015 – ispirata alla rappresentazione delle catene magnetiche teorizzate dal Kircher, che mostrano la potenza della “vis actractiva” che tutto lega in una rete di simpatie e analogie -, piega la testa della donna distesa e risale verso l’orizzonte infinito. L’ambiente espositivo è trattato come se fosse un luogo sacro nel quale, al centro, troviamo la donna altare di Untitled (Sirenae), 2015, con, alle sue spalle, un moderno trittico scultoreo, Untitled (Lucis et umbrae), 2015. Sacro è anche il rituale dell’indossatura dei “calzari” necessari per entrare nel box per non violarne il candore, ma ricorda anche l’ambiente asettico di una sala operatoria.
Dove finisce la realtà e comincia il sogno? La linea di confine tra questi due mondi è sottile.

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