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I fiori politici di Taryn Simon

Era il 1967 quando Marc Riboud ha scattato la foto della giovane ragazza hippie nell’atto di porgere un fiore a un plotone di fucili puntati contro lei e i suoi compagni. Quasi cinquant’anni dopo il rapporto tra fiori e politica si rinnova nel lavoro della statunitense Taryn Simon dal titolo Papercut and the Will of Capital, in mostra alla Gagosian Gallery fino al 26 giugno. L’artista (1975), nota per esposizioni quali Taryn Simon: An American Index of the Hidden and Unfamiliar (2007) oppure Rear Views, A Star-forming Nebula and the office of Foreign Propaganda (2015), vive e lavora a New York e il suo lavoro è apprezzato in particolare per due componenti apparentemente discordanti: l’imprevedibilità del dato reale e la capacità dell’immagine di fornire invece a quello stesso dato un’iconografica stabilità, rendendolo traccia duratura e analizzabile.

In questa esposizione, aperta fino al 24 giugno, l’imprevedibilità prende corpo nella politica: l’artista si basa su foto d’archivio provenienti dalla Conferenza delle Nazioni Unite tenutasi nel 1944 che ebbe il compito di creare il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Sul tavolo erano disposti dei bouquet usati per l’abbellimento della sala: Simon parte da questo dettaglio, all’apparenza decorativo e insignificante. Ricostruiti e fotografati, i bouquet erano definiti impossibili per la difficile provenienza dei diversi tipi di fiore nelle nature morte olandesi del diciassettesimo secolo, mentre oggi, questo dettaglio viene sfruttato dall’artista proprio per indicare la varietà delle componenti globali al loro interno. Le foto sono incorniciate con legno proveniente da mobili di uffici governativi e associati a copie di documenti d’archivio, ognuno relativo ad argomenti di economia e politica internazionale.

Sembrano pezzi di carta, eppure con essi si controlla l’andamento del mondo e della natura, di cui questi fiori fanno parte anche se in origine erano serviti solo per la rassicurante teatralità della politica. Ogni composizione rappresenta un paese o il contenuto di un trattato: ad esempio il trattato di Danzica del 1980 (un tentativo del governo polacco di far valere il diritto di sciopero di fronte alla dittatura comunista che portò a una dura repressione) viene affiancato a gladioli di colore inevitabilmente rosso. L’artista dice: «I fiori molto spesso sono associati al mondo femminile e visti come semplici accessori. Qui sono grandi apposta come bandiere per fare da contrasto alla piccolezza delle decisioni scritte sui pezzi di carta. Si rende incerta la situazione di chi abbia effettivamente il potere».

L’altro spunto da cui la mostra prende vita è la ricerca botanica effettuata da George Sinclair nel diciannovesimo secolo sulla riga di Darwin, in cui le specie erano catalogate in erbari; allo stesso modo Simon prende i campioni dei suoi bouquet politici, li fa seccare e li compone in set di collage posti dentro le presse di cemento a formare le sculture: si crea una sorta di archivio in cui i simboli di quegli scenari politico-economici diventano elementi di una ricerca parallela sull’evoluzione e la sopravvivenza della specie, con un tacito interrogativo anche sulla sopravvivenza di quella umana di fronte all’imprevedibilità di chi comanda sulla carta. Un modo contemporaneo di concepire la natura morta e il suo uso che va dalla descrizione di un concetto ad un avvertimento per il futuro.

Fino al 24 giugno Gagosian Gallery, Via Francesco Crispi 16, Roma; info www.gagosian.com

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