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Intervista con Francesco Pergolesi

Von Lemtke si è consolato dal suo mal d’amore costruendo un teatrino di carta, scrive Dostoevskij nei Nichilisti. È invece una coraggiosa battaglia contro la riduzione al nulla quella che, macchina fotografica alla mano, prova a combattere Francesco Pergolesi con i suoi scatti. Ed è a quei caratteristici teatrini di cartone che questi si rifanno. A questo punto però, come pesci, subito ci si ritrova impigliati in una fitta rete di significati, di rimandi. Il cartone rimanda alle scatole e le scatole a quel primo lavoro dove a essere fotografati erano i grandi hotel. Cinque anni dopo, in quelle foto ci finiscono le piccole botteghe con i loro piccoli grandi eroi che, come Pergolesi, come i miti della classicità di cui ancora si nutre, provano a difendere il loro tempio sacro. Da un lato i colori freddi di luoghi contenitori di artificialità, dall’altro i colori caldi di luoghi che segnano come un ritorno a casa, la vera casa. «Perché i luoghi senza le persone, senza il loro vissuto, sono soltanto delle scatole».
Con Tatò della serie Heroes hai vinto il Premio Speciale Tosetti al Talent Prize 2015. Chi sono questi eroi?

«Sono i piccoli mestieranti. È a loro che è dedicato Heroes, e Tatò è uno degli scatti del progetto. Gli heroes sono coloro che hanno affrontato il lavoro quando ancora non c’erano le grandi industrie. Famiglie, persone che producevano servizi o prodotti con maestria e consapevolezza, con un rapporto molto vicino ai clienti. Parlo del calzolaio a cui abbiamo per anni portato a risuolare le nostre scarpe dove oltre ad avere un servizio in cambio, c’era uno scambio, una condivisione, un contatto. Mentre prende piede una nuova era di nonluoghi in cui il cittadino, il cliente si trova di fronte a servizi automatizzati. E se ho scelto il termine heroes e non eroi non è stato per velleità o per essere apprezzato all’estero, ma per dare un’identità internazionale a un problema che non è solo italiano».
Parlaci di Tatò.
«Tatò non è semplicemente la rappresentazione di un luogo, non è il nome di chi lavora all’interno di quella bottega: è la rappresentazione di tanti mondi che si inseriscono all’interno di quelle botteghe e che sono piccoli teatri nei quali va in scena non una ma tante storie». Si può dire ci sia una certa simbologia? «Si può dire che mi piace costruire attraverso simboli, ma sopratutto attraverso una fitta rete di relazioni e rimandi al cinema, alla letteratura, alla storia. Non mi piace essere diretto o didascalico. Preferisco che ci sia quella curiosità nello spettatore che lo porti a scoprire altri mondi».
Com’è nata la tua passione per la fotografia di interni?
«C’è chi si trova a proprio agio in acqua, chi in alta montagna, personalmente preferisco lavorare in ambienti e fotografare, costruire situazioni che hanno come contenuto- contenitore degli interni, ma che abbiano comunque sempre un forte legame con un vissuto, con una persona».
La dimensione umana trova spazio negli interni?
«Non riuscirei a fotografare degli interni vuoti: ci deve essere traccia di una presenza. C’è un legame inscindibile tra luoghi, persone e oggetti. I personaggi, nel caso di Heroes i proprietari delle botteghe, vengono inglobati, si fondono con l’ambiente, perché attraverso il loro vivere, i loro progetti, sono il cuore pulsante di quegli interni. Non si può trovare tra i miei scatti un interno senza un’anima».

PROGETTI

Francesco Pergolesi continua il progetto Heroes con l’intenzione di portarlo anche fuori dall’Italia. Nel mentre lavora ad altre idee strettamente legate alle tematiche di Heroes ma di cui confessa «Non è ancora maturo il tempo per parlarne».

Info: www.francescopergolesi.com

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