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Indagine sul paesaggio

Quella di Laura Pugno, Trivero classe 1975, è una riflessione che parte dal paesaggio per poi arrivare a indagare l’essenza dell’immagine, nel suo senso più generale: «ho visto nel paesaggio una costruzione culturale, forse tra le più perfette, e ho provato a intervenire – spiega l’artista – per me è davvero il capolavoro della visione tradizionale».

Come nasce la tua ricerca?
«In un momento successivo l’ho chiamata, un po’ retoricamente, critica della visione tradizionale, ma all’inizio era più semplicemente una insoddisfazione. Il paesaggio è stato per me il campo d’azione di questa riflessione. Ero disturbata da quella che mi appariva la pesantezza sistemica del paesaggio, la gerarchia tradizionale delle sue parti, il parallelismo scontato fra paesaggio e stati d’animo. Ho visto insomma nel paesaggio una costruzione culturale, forse tra le più perfette, e ho provato a intervenire. Le cancellazioni documentano questa fase della ricerca, che era ancora soltanto nei confronti della visione tradizionale. Poi, anche a seguito del lavoro fatto in un workshop (Membra vagavano, 2012) la mia ricerca si è radicalizzata e ha investito il primato dell’occhio rispetto ad altri sensi, prima di tutti il tatto. Alcuni lavori che ho realizzato con il braille, come Dis_closure (2013) o Taccuini di viaggio (2013-14), si muovono su questa direzione, immaginando come persino l’occhio – un occhio arcaico, evidentemente – potesse conoscere il mondo solo attraverso il tatto. Questa ricerca mi ha portato a realizzare un lavoro che per me è molto importante, ed è Form in progress (2014), nel quale, partendo dal quesito di Molineaux, mi sono chiesta se e come la forma visiva di un oggetto potesse essere differente dalla sua forma tattile. Le sculture che ho realizzato sono il risultato di un lungo lavoro tattile. Il grosso del lavoro, soprattutto all’inizio, è stato l’annullamento, essendo io un soggetto visivo che rinunciava alla vista cercando di recuperare una condizione lontanissima».

La visione delle opere è dettata dall’artista o lascia spazio agli esercizi di visione dello spettatore?
«Sicuramente l’opera che si presenta allo spettatore è un oggetto nuovo, unico, che in tal senso dovrebbe essere privo di precedenti, ed è l’artista a dettarne la visione, ma credo che questo risulti possibile solo in parte, ognuno di noi porta con sé un bagaglio d’informazioni, che (dal punto di vista dell’artista, ovviamente) sono altrettante resistenze. Ma è proprio nel momento in cui ci si confronta con un’opera nuova che si possono scardinare letture e pensieri tradizionali per innescare un pensiero nuovo. Questo mi sembra tanto più possibile in un lavoro che tenta non solo di illustrare una possibile critica della visione, ma di suggerirla allo spettatore, coinvolgendolo».

Nel tuo progetto Dis-closure riflettevi sulla visione per un non vedente. Non credi che questo ossimoro si manifesti anche per il vedente che, nell’approccio all’arte contemporanea, molto spesso non ha gli strumenti necessari per vedere realmente?
«In effetti ci sono dei parallelismi, in questo senso. Lo spettatore di arte contemporanea deve anch’esso fare i conti con una visione tradizionale costruita dalla cultura: uno strumento che dà molto, ma toglie anche molto. Proprio come per l’artista, il superamento di questa visione dipende, prima ancora che da capacità, da un dato a monte: il disagio, al limite l’insofferenza, nei confronti di tale visione».

La presenza del paesaggio in diversi tuoi lavori ha a che fare con l’idea di viaggio?
«Prima di guardarlo dal punto di vista della sua percorribilità, il paesaggio è per me un luogo dove maggiormente la cultura ha lavorato per farlo diventare quello che ci appare oggi. Prima di Friedrich, il paesaggio non era al centro della pittura, era solo sfondo, e col Romanticismo è diventato un primo attore. Non a caso subito dopo sono iniziate le conquiste delle montagne (penso a un libro di Joutard, dal titolo molto eloquente: L’invenzione del Monte Bianco). Nel mio lavoro Quel che Annibale non vide (2012) ho cercato di immaginare cosa vide davvero Annibale, passando con il suo esercito a fianco del Monviso: non lo vide per nulla, il suo repertorio di visioni non comprendeva simili oggetti. Insomma, per me il paesaggio è davvero il capolavoro della visione tradizionale. Per rispondere alla domanda, c’è un’idea di viaggio ma un viaggio interamente mentale».

Nel tuo agire sulla materia con un atto di privazione, finisci per creare dei non-finiti.
«In un certo senso sì, ma l’idea di non-finito che ho è molto alta. Le privazioni che propongo all’immagine sono fortemente selettive, la mia ambizione è ogni volta quella di liberare l’immagine, di arrivare all’essenza. E ogni essenza si palesa solo attraverso una mancanza. Solo il finito, mi sembra, è soddisfatto di sé».

Quindi anche la distruzione dell’immagine può essere costruzione di un’immagine?
«Inizialmente, nei miei lavori il di-più da togliere era solo un ostacolo da rimuovere per liberare l’immagine, poi ho capito che anche quel di-più era parte dell’opera. Congedo, ad esempio, è una rivalutazione della materia rimossa in tanti lavori di cancellazione, una specie di risarcimento».

Progetti futuri?
«Sto iniziando ora a pensarli, anzi a toccarli».

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