Intervista con Dandini de Sylva

Indagare l’ambiguità alla base di ogni immagine fotografica è forse la spinta più profonda che muove la ricerca artistica di Alessandro Dandini de Sylva. Sia negli scatti frutto di una paziente organizzazione scenografica dello spazio che nelle manipolazioni di Polaroid, l’indagine del paesaggio si rivela un mezzo costantemente finalizzato a forzare, rompere e capovolgere l’eterna questione del rapporto tra fotografia e realtà.

Cosa significa indagare il paesaggio attraverso la fotografia?
«Il fraintendimento tipico di chi usa la fotografia di paesaggio è che spesso questa abbia a che fare con l’indagare il paesaggio, un’idea che abbiamo ereditato dal nostro passato. In Italia forse l’unica modalità di fotografia che abbiamo esportato è stata proprio la veduta. Da Guidi, Barbieri, Ghirri e Castella abbiamo preso in prestito questo concetto di fotografia che, rappresentando il paesaggio, vuole indagare il paesaggio stesso. C’è invece tutto un altro filone di fotografia che nasce proprio da Ghirri: cercare nel paesaggio elementi per parlare della fotografia. Il paesaggio diventa il mezzo, non il fine. Questa differenza crea confusione, un fraintendimento con il quale mi piace giocare. È per questo che mischio spesso fotografie oggettive e reali con fotografie astratte e irreali che vengono da installazioni fatte in studio».

Qual è la sfida o il problema che ti poni attraverso la fotografia?
«Tutto ha a che fare con la possibilità che guardando qualcosa se ne comprenda il significato, ha a che fare con quelle connessioni che mentalmente, consciamente o meno, si aprono grazie a un’immagine. Quello che a me piace fare è mettere insieme un livello documentario con un livello concettuale. Si fa sempre confusione sulla fotografia documentaria dandole una valenza di oggettività, una presunzione di realtà che invece non si dà a tutti gli altri tipi di fotografia. È una banalità senza precedenti, non esiste la fotografia documentaria ma esiste lo stile documentario che può essere usato per qualsiasi scopo. Questo cortocircuito tra lo stile e lo scopo è alla base della fotografia. Quello che faccio con il mio lavoro è trovare qualcosa che abbia a che fare con un paesaggio reale, provare a decostruire gli elementi di quel paesaggio reale e ricostruirli in studio con un processo di astrazione. Una volta ricostruiti cerco in un secondo momento di svelare gli elementi dell’astrazione. Per me è importante creare un legame tra l’immagine documentaria e l’apparente immagine documentaria. Creando questa strana relazione svelo il trucco: giocare sul rapporto continuo tra la fotografia e il reale».

Quale necessità ti ha spinto a tornare alla Polaroid?
«La Polaroid ha un legame ancora più forte con la realtà perché è istantanea, l’immediatezza le dà un livello di credibilità più alto. Permette di rendere il legame con la realtà così forte da poterlo mettere in discussione». Che rapporto c’è tra caso e progettazione nel processo che porta alla nascita delle tue immagini? «Scatto pochissimo. Nell’arco di un anno, senza contare le Polaroid di cui sono compulsivo, farò una ventina di fotografie. Inevitabilmente c’è uno stato di gestione dello scatto che è totalmente controllato, ogni fotografia è frutto di uno studio abbastanza lungo sulla costruzione dell’immagine in ogni suo elemento. Però la fotografia ha questo di bello, che uno crea delle condizioni, e poi succede l’imprevisto. Non sono un fotografo da istante decisivo, c’è una preparazione mentale e strutturale dello scatto che è lunga ma proprio per questo accetta l’imprevisto. Lascio poco al caso, però l’errore, l’imperfezione credo siano l’unica cosa che fa sopravvivere la fotografia. Quando tutto è perfetto, tutto è noia e l’immagine è corta. Cerco sempre di trovare delle immagini lunghe, di cui ogni volta riesci a vedere un elemento diverso. Per cui devi necessariamente allontanare la perfezione, non puoi cercare l’immagine perfetta e volere che quell’immagine duri per sempre».

Fotografi mai le persone?
«Il caso per me è nel dettaglio, non nel gesto interrotto. Il gesto interrotto di Jeff Wall è il cuore del suo lavoro, per me tutto è più legato all’assenza del gesto. Credo che il mio lavoro sia molto più sulla sottrazione ed è per questo che in un certo senso le mie fotografie sono astratte, anche le più reali, perché non parlo di realtà. Wall racconta la società contemporanea, io in maniera più capillare, mi concentro sull’immagine e basta». La modalità con cui scegli di esporre le tue immagini sembra avere un ruolo centrale. In che modo il formato, la scelta del supporto contribuiscono a veicolare il tuo messaggio? «È fondamentale nel lavoro del fotografo capire che ogni tipo di supporto veicola un diverso messaggio, nei formati c’è un elemento narrativo importante. Il mio lavoro non si esaurisce nella singola immagine, è importante creare un sistema di relazione tra le immagini e uno spazio in cui lo spettatore si posizioni. Non credo nella chiusura dell’immagine, nella possibilità di esaurire un discorso con una sola fotografia, credo nella possibilità di creare delle possibilità. Non sono ancora arrivato a una risposta conclusiva, ma ragiono molto su come un’immagine possa diventare un’idea. Se cerco di parlare di qualcosa che è filosofico o concettuale devo ragionare sul modo in cui lo dico, e il formato, il supporto, la tecnica, fa tutto parte del lavoro».

PROGETTI

Nel nuovo progetto di Alessandro Dandini de Sylva la costante ricerca sul paesaggio si trasforma in una riflessione sul concetto di cancellazione del paesaggio stesso. Il progetto, ancora privo di un titolo e di una specifica destinazione espositiva, si colloca all’interno di una linea di ricerca già avviata dall’artista nel 2014, nel corso del suo periodo di residenza a Shanghai. Se in quel contesto l’idea di cancellazione veniva ricercata tra gli stimoli offerti dalle mutevoli architetture urbane qui tale idea viene elaborata sia cercando nella natura elementi che suggeriscano visivamente la cancellazione, sia, a livello astratto, attraverso una serie di Polaroid caratterizzate dalla costante presenza di un elemento circolare, un vuoto, esito finale di tale processo di cancellazione. Come racconta l’artista: «L’idea è cercare di rappresentare un vuoto nell’immagine e questo vuoto non necessariamente deve essere un vuoto fisico ma può essere un vuoto psichedelico, chimico o un vuoto legato al tempo».

Info: www.dandinidesylva.com

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