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Burri: The Trauma of Painting

Il Guggenheim museum di New York rende omaggio ad Alberto Burri (1915-1995) con un’importante retrospettiva, l’unica negli ultimi trentacinque anni negli Stati Uniti. Raggruppando più di 100 opere, provenienti dalla Fondazione, collezionisti privati e gallerie, questa mostra è l’occasione per il pubblico americano di scoprire i lavori meno noti e opere che prima di oggi non avevano mai superato i confini italiani. Come mai proprio al Guggenheim di New York? Percorrendo la rampa di Frank Lloyd Wright s‘intuisce già quanto James Johnson Sweeney, allora direttore e curatore del museo, fosse legato all’artista; i due, infatti, si incontrarono nel 1952 a Roma, dove nacque una profonda stima e amicizia. L’artista ha poi omaggiato del corso degli anni il loro legame regalando al curatore una serie di miniature dei suoi lavori più importanti per le festività natalizie che seguirono il loro primo incontro. Dopo lunghe ricerche, le curatrici del museo hanno raccolto queste sedici miniature esponendole in una teca, dietro la quale è possibile scorgere le dediche che l’artista scrisse per Sweeney, offrendo al visitatore un esempio tangibile del rapporto che intercorreva tra i due.

L’esposizione esplora cronologicamente le dieci grandi Serie dei lavori di Burri, dalla prigionia in Texas nel 1943 dopo gli studi in medicina – dove iniziò a dipingere, fino alla fine della sua carriera. Uno dopo l’altro si susseguono i temi più cari all’artista: i Catrami (Parigi: 48-52), i Gobbi (anni 50), i Bianchi, le Muffe, i Sacchi, i Legni, i Ferri, le Combustioni Platiche (bianche e nere), i Cretti ed infine i Cellotex.

Burri è definito come un precursore della scena artistica del secondo dopoguerra, anticipando correnti artistiche quali il Neodadaismo, l’Arte processuale e l’Arte povera, andando controcorrente allo stile gestuale dell’arte europea e americana di quei tempi. Fortemente influenzato dal Rinascimento, al quale allude innumerevoli volte nel suo lavoro, Burri si distacca drasticamente dall’uso della pittura e del pennello lavorando la superficie per mezzo di lacerazioni, cuciture, combustioni per citare solo alcune delle tecniche da lui utilizzate. Da qui, il titolo di questa mostra: il trauma della pittura. Ovvero, la violenza dei materiali umili e industriali da lui maneggiati, dai vuoti creati dalle combustioni delle plastiche, dal ferro fuso e dipinto di rosso, il quale fa spesso riferimento a membrane, ferite di corpi lacerati e deteriorati.

Proseguendo sulla rampa, ci s’immerge in ogni singola superficie da lui trattata. Come un sarto, il suo tocco rammenda, come un dottore, il suo tocco guarisce. Per ogni Serie, vi è un approccio diverso ai materiali da lui esplorati e un’analisi profonda legata ai sui trascorsi. I Sacchi, ad esempio, erano stati creati per assalire i classici canoni dell’estetica mettendo in valore la loro naturale bellezza fatta di tele effimere e grezze. Come Burri disse nel 1976: «L’utilizzo di materiali poveri aiuta a dimostrare quanto possano essere sempre utili. La povertà di una tecnica non è un simbolo, ma bensì è uno strumento per la pittura». I Legni, serie realizzata dopo la metà degli anni 50, sono stati la transizione tra collage e assemblaggio. Il legno annerito, frutto delle fiamme espanse casualmente durante il processo di combustione, crea delle illusioni ottiche tipiche del Cubismo, dei collages di Jean Arp, del modernismo di Kurt Schwitters o successivamente di Motherwell. A cento anni dalla sua nascita, è cruciale per la storia dell’arte italiana ricordare l’opera di Alberto Burri, vero precursore del Modernismo, ”ri-nato” alla fine della Seconda Mondiale.

Fino al 6 gennaio
Solomon R. Guggenhein museum di New York
Info: www.guggenheim.org

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