La sacralità di un’opera d’arte non viene definita solo dai rigidi dettami di un’iconografia ieratica, è la sintesi di un processo creativo ed esistenziale che afferisce, in prima istanza, alla descrizione veridica dell’uomo e del suo inenarrabile mistero. La pittura di Alberto di Fabio esprime la potenza del cosmo, descrive l’essenza ultima dell’universo: magnetar, galassie, fotoni, viaggi interstellari, costituiscono il vocabolario espressivo dell’artista. La scienza, dunque, si pone alla base dell’apparato iconografico di Alberto di Fabio ne è l’esegesi mistica e spirituale, dove l’accordo tra gesto e pensiero sfocia nell’analisi autentica dell’essere umano. La preghiera rappresenta per l’artista un atto fondamentale, la via di comunicazione privilegiata per connettersi con il cosmo e sperimentare la conoscenza di inedite dimensioni spazio – temporali. La pittura diviene il medium d’elezione, canone estetico fondamentale e mai scontato che ha segnato in maniera profonda venticinque anni di una carriera votata a perseguire difficili scelte artistiche. Il 2 ottobre sancisce un nuovo debutto dell’artista, dopo quasi 18 anni di assenza da Roma, di Fabio torna con un grande progetto espositivo intitolato Cosmicamente ospitato negli spazi del museo Macro e curato dalla sapiente esperienza di Laura Cherubini. Abbiamo intervistato l’artista prima dell’opening ufficiale della mostra, cercando di comprendere le delicate trame linguistiche che hanno segnato e danno origine alla poetica estetica dell’autore.
Socrate delinea la suddivisione dell’universo secondo una schema derivato dall’indicazione di differenti livelli. Al primo livello si collocano gli elementi dell’invisibile, ad un livello inferiore, invece, si situano le sostanze del visibile. Nel reame del visibile il gradino più alto è occupato dalle cose fatte dai falegnami, mentre nel gradino inferiore vengono menzionate le ombre, i riflessi prodotti dagli specchi, i dipinti e l’arte in generale. A questo ultimo livello appartengono anche i sogni, poiché sono dotati di qualità visibili ma potrebbero non essere reali. Socrate, dunque, accosta l’arte al sogno e questo binomio diviene per Arthur Danto la chiave di lettura per descrivere l’arte come ”un sogno ad occhi aperti”. Ripercorrendo il pensiero filosofico e la critica moderna, secondo un tuo punto di vista, che cos’è l’arte?
«Certamente è la realizzazione di un sogno, la concretizzazione di ciò che vediamo e percepiamo. Sono diversi anni che affronto alcune tematiche attraverso i miei progetti espositivi che ho intitolato Al di là dell’orizzonte, Realtà parallele e Geografia della mente. Il sogno, secondo la mia visione, è la ricerca di una forma di comunicazione e di preghiera che può mettere in contatto gli esseri umani con un dio quantico, il dio dei fotoni, del tungsteno, dell’ossigeno. Ci sono voluti miliardi di anni affinché i gas in giro per l’universo diventassero materia, questo processo così perfetto e complesso viene dimenticato dagli uomini che sono quotidianamente schiacciati dalle problematiche dell’esistenza. Il compito di un artista risiede nell’essere l’antenna che percepisce il battito divino del pianeta, interpretandolo nelle proprie opere. Come sosteneva Socrate è necessario raggiungere il livello dell’invisibile anche per oltrepassare la morte. Nel mio lavoro sono entrato in contatto con diversi fisici e astrofisici, attraverso le loro instancabili ricerche dell’antimateria ho associato i miei studi filosofici concernenti le teorie di Democrito e Anassimandro, che parlavano già di atomi e di galassie. Purtroppo la contemporaneità è afflitta dalle idiosincrasie quotidiane, dal consumismo dilagante, elementi che ci hanno allontanato dalla preghiera che è, in ultima analisi, la massima forma di elevazione, la ripetizione di un mantra dedito ad aprire nuove dimensioni spazio – temporali. Le nostre sinapsi sono legate all’emisfero dello spirito, della religione, dell’onirico, bisogna cercare la giusta compagine sensoriale per capire il dio quantico, queste forze rappresentano la sintesi di quel sogno che si concretizza proprio nell’arte».
La pittura rappresenta sicuramente un canone istituzionale, perché viene definita la madre di tutte le arti?
«Questa domanda mi è stata posta per venti anni nel senso contrario. La maggior parte delle volte ho dovuto rispondere al seguente quesito: ”Perché continui a dipingere?” Ho sempre sostenuto le mie scelte, ho cercato tante volte di spiegare che la nostra tradizione doveva essere portata avanti. Nel discorso contemporaneo credo che la pittura non ricopra più il ruolo di madre di tutte le arti ma al tempo stesso, ed è un dialogo che è stato affrontato nella mia recente mostra al Mart di Rovereto, creare uno spazio all’interno della bidimensionalità di un quadro rappresenta una pratica complessa e ammirevole. Come mai consideriamo Giotto ancora contemporaneo? Ne siamo affascinati perché il suo lavoro parla di un tempo dilatato. Mi tornano alla mente le piazze metafisiche di de Chirico, i quadri di Savinio, Carrà, Sironi, perché ritengo sia ancora possibile proporre quei sentimenti pittorici anche nel mondo moderno. È un procedimento complesso, ne sono consapevole, poiché per tanti anni il mio lavoro non è stato capito. La mia strada è stata in salita, una montagna che ho scalato in maniera ascetica e che oggi mi ha donato molte soddisfazioni. Io credo nella pittura e credo sia il mio medium espressivo per narrare un sogno».
Dopo quasi 18 anni, era il 1997 quando hai esposto alla galleria Sales, torni a Roma con un grande progetto espositivo che inaugura il 2 ottobre al Macro. Quali sensazioni hai provato durante la preparazione di questa importante mostra che vede la tua presenza in uno dei più rilevanti musei di arte contemporanea della capitale?
«Per me è un grande onore, ho aspettato i lavori giusti per questo progetto, non è stato facile, sentivo il bisogno di esporre lavori differenti. In questa mostra porto 80 opere dove ho cercato di trasmettere un’elevazione e una permutazione della mente. Questi due concetti sono all’origine di Cosmicamente, poiché è la realizzazione di un viaggio interstellare. Sogno di superare i buchi neri, di ricongiungermi ai miei cari scomparsi, sogno l’elevazione dello spirito, la permutazione delle idee, affinché giunga, infine, un benessere universale».
Nicolas Bourriaud, grande filosofo francese, parla nel suo recente saggio di un’estetica radicante per descrivere l’evoluzione dell’arte contemporanea internazionale. La tua carriera comincia verso la fine degli anni ’80, grazie alla mostra tenutasi nella galleria di Alessandra Bonomo, e prosegue in seno ad un ventennio di eterogenee declinazioni espressive. Qual è il cambiamento focale che secondo il tuo punto di vista si è innescato tra la fine del XX secolo e l’inizio del nuovo millennio?
«I soldi, il sesso, il potere, la territorialità sono divenuti i temi prioritari dell’epoca contemporanea. Questa forma di consumismo sfrenato ci ha portati a dimenticare valori come l’onore, l’identità, la nazionalità. Siamo snaturati dall’egemonia delle grandi multinazionali, che hanno sicuramente migliorato per certi aspetti la vita quotidiana, ma che allo stesso tempo hanno creato un deserto emotivo e filosofico. La massificazione ha imposto regimi di consumo inappropriati, è come se l’uomo fosse corroso dalla sua aggressività. Io credo fermamente in quello che i monaci del medioevo denominavano come Ora et Labora, c’è necessità di una profonda concentrazione per ritrovare, ad esempio, la grande artigianalità che da sempre ha contraddistinto l’essere umano».
Dal punto di vista artistico, invece, cosa è cambiato e l’Italia, in particolare, che ruolo gioca nel dialogo contemporaneo?
«In Italia dagli anni ’50 e ’60 domina l’arte povera e concettuale, all’inizio della mia carriera mi definivano quasi un eretico perché utilizzavo tela e pennelli. Nel nostro paese ho sofferto, ho ricevuto molto critiche da un tipo di integralismo intellettuale che è sempre stato chiuso sulle sue posizioni e che non accettava il cambiamento. La situazione è tuttora la medesima, ancora oggi percepisco gli stessi ragionamenti sull’arte contemporanea».
In un certo senso New York ha rappresentato durante la tua carriera una sorta di via di fuga?
«Non solo New York ma anche Parigi, Londra. Consiglio a tutti di trovare il proprio tempio. New York è una città molto attiva, un paese giovane dove nel tessuto urbano sono presenti più di 500 gallerie. Ho trovato la galleria affine alla mia cifra stilistica, con molta fatica, non è stato semplice perché anche in una metropoli come New York esistono clan e chiusure invalicabili».
Una celebre frase di Jacques Lacan dice: ”C’è una fantasia che non può che supportare tutti coloro che della struttura si vogliono non zimbelli ed è questa: la loro vita non è altro che un viaggio, sono coloro i quali che in questo mondo, vengono definiti stranieri”. Quanto la tua arte, la tua sensibilità è straniera in questo mondo?
«Siamo animi sensibili, da bambino, ricordo, amavo la botanica, la fisica, la chimica e mi sentivo parte integrante del tutto. Ho avuto la fortuna di crescere con un padre artista e una madre insegnante di scienze naturali, i miei genitori mi hanno fatto conoscere differenti sensibilità. In fondo siamo tutti stranieri e in questa mostra parlo di un ritorno verso l’insieme cosmico che è punto di origine e di trasmissione di livelli di energia provenienti da altri portali percettivi. “Cosmicamente” è la ricostruzione atemporale del cielo stellato, di uno spazio interplanetario che si mostra dinnanzi a noi attraverso le galassie, i magnetar e i buchi neri. Quando torneremo ad essere polvere riusciremo di nuovo a raggiungere il cosmo. La perdita delle mie due sorelle nell’arco di tre anni mi ha fatto comprendere come sia labile il confine tra la vita e la morte. La vita materiale è fuorviante, distrae, e questa mostra vuole essere una tavola alchemica che serve a riconoscere quanto siamo piccoli dinnanzi l’universo. Nell’Infinito di Leopardi esiste una siepe che cela l’orizzonte e copre lo sguardo, io vorrei oltrepassare quella siepe e osservare finalmente l’essenza illimitata del cosmo».
Fino al 10 gennaio; Macro, piazza Giustiniani 4, Roma; info: www.museomacro.org














