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Lo scultore della materia

L’artista prende parte alla Biennale  industriale degli Urali di arte contemporanea, in programma dal 9 settembre al 10 novembre a Ekaterinburg, in Russia. Pubblichiamo il testo scritto dalla storica dell’arte Simona Capodimonti, che ha collaborato alla curatela dell’evento.

Jacopo Mandich è un (S)cultore della materia. Nel senso che sa vedere nella materia forme che non ti aspetti. Anche questo, del resto, è il compito degli artisti: rivelarci cose che non vediamo e mostrarci la realtà oltre la materia. Jacopo Mandich, da molti anni attivo nel panorama nazionale e internazionale, pur ancora giovane, ha saputo conquistare la scena artistica e ottenere la preferenza di molti galleristi e collezionisti grazie ad un innato talento e unione di tecnica e stile. Ho conosciuto prima la sua opera e poi incuriosita ho voluto incontrarne l’autore. Ricordo che la prima volta che entrai nel suo studio a cielo aperto rimasi colpita dal caos creativo in un ambiente pieno di ferri, attrezzi, materiali sparsi, grezzi o sbozzati e in lavorazione, un luogo dove la bellezza la dovevi cercare, eppure Jacopo tirava fuori dei veri gioielli di altissima finitura. Le sue opere nascono dall’incontro di materiali diversi, ferro, legno, pietre, minerali, a formare una nuova realtà.

Così quando ho raccolto con entusiasmo l’invito degli organizzatori a collaborare ad un progetto per la terza Biennale industriale degli Urali di arte contemporanea, ho subito pensato che questo artista italiano fosse adatto. Mandich presenta alla Biennale di Ekaterinburg Fino all’ultima pietra, un blocco di pietra (magnesite e dalamite) a forma di cratere che ricorda la cavea da cui proviene, sospeso a 40 cm da terra e riempito con gli stessi pezzi estratti durante lo scavo, che il pubblico della Biennale sarà invitato a prendere per portarli via. L’artista definisce l’opera ”un brandello di pelle di pianeta” e la concepisce come ”un puzzle-game al contrario che vuole essere uno spunto di riflessione sul concetto di esaurimento delle risorse e rendere il pubblico corresponsabile dello scenario finale, il cratere”. Attraverso il gioco l’artista cerca di comunicare ”la leggerezza con la quale la società occidentale contemporanea è dedita al consumo fino all’esaurimento delle risorse”, invitando l’osservatore ad interrogarsi su grandi temi di attualità globale della sostenibilità ambientale, della responsabilità sociale e dei consumi consapevoli.

L’opera concilia due aspetti opposti, da una parte è solida scultura – destinata a durare nel tempo – dall’altra installazione temporanea soggetta ad essere distrutta come l’arte effimera e oggetto che segue le leggi fisiche della materia che non si crea e non si distrugge ma si trasforma continuamente. I legami tra opposti sottendono molte opere dell’artista dove materiali diversi, come legno, vetro, ferro, sono uniti tra loro come espressioni della stessa Madre Terra a voler simbolicamente alludere ad un invito al rispetto tra l’uomo e l’ambiente, gli esseri vegetali e animali e alla convivenza pacifica tra l’uomo e i suoi simili. Il soggiorno di Jacopo Mandich in Russia è stato prolifico visto che è riuscito a produrre ben quattro opere, che rimarranno in maniera permanente sul territorio, oltre a quella della Biennale, una nella residenza che lo ha ospitato, una in fabbrica e una in un parco pubblico nella città di Satka. Rimasto fortemente ispirato dalla fabbrica di magnesite di Satka, ha creato un’opera dalla intensa valenza simbolica, che riprende materie e forme arcaiche come la pietra e la ruota, e che lancia un messaggio di attualità contro i conflitti. Si tratta di un’installazione composta da tre elementi: una scultura in pietra e metallo, un cannone caricato a colore e un missile metallico.

La scultura è formata da blocchi di magnesite e dalamite, sospesi all’interno di un cerchio metallico di 2 metri – simbolo della ciclicità – che evocano la dinamica frammentazione della materia, rappresentando rarefazione e addensamento, il ciclo di creazione e distruzione. La scultura sarà posizionata nel parco di Satka davanti ad una parete; un cannone alla distanza di quattro metri e un missile metallico. Ancora una volta il pubblico e’ chiamato a farsi parte attiva e dovrà sparare colore dal cannone che andrà a colpire la scultura circolare, lasciando macchie di colore sulla parete alle spalle della sagoma, entro la quale sarà posizionato il missile simbolo che vuole aprire uno spunto di riflessione critica sull’utilizzo di questo materiale nell’industria per costruire armi. Jacopo è solito studiare ed interpretare lo spirito del luogo, così se troviamo esposta una sua ruota in ferro e legno sul lungomare di Ostia, una località vicino Roma, con le materie prime che si potrebbero trovare sulla spiaggia portate dal vicino fiume Tevere, a Satka usa i materiali locali, magnesite e dalamite, a voler evocare la storia della pietra ottenuta con la forza dirompente della dinamite e soprattutto il processo di un’idea e la rappresentazione di un Big Bang che dà origine alla materia e alla vita. Per lui in livello superiore d’interpretazione la pietra è ”corpo celeste, metafora dell’esplosione di un’emozione, di un’idea che si espande e contrae”.

Il fatto di voler colorare la pietra grigia rappresenta un rimando alla città dove questo colore domina e ci riporta anche ad un’azione di urban art che ci svela un’intenzione più elevata dell’artista di lasciare un segno globale del suo passaggio, non più limitato alla sola scultura statica ma un’arte totale dinamica che interagisce con l’ambiente e l’osservatore invitandolo a porsi dei quesiti sul senso della vita attraverso il gioco. Così l’azione di colpire la scultura, un finto bersaglio, vuole essere uno stimolo a non fermarsi alle apparenze delle forme ma a cercare le piccola verità nascoste dietro ad esse e trovare il cuore delle cose, il missile dietro la sagoma, che ci suggerisce una direzione possibile per superare i conflitti nella continua ricerca della perduta armonia. Il modo di far coesistere materiali diversi e di rendere dinamiche forme statiche rappresenta l’elemento caratteristico e più innovativo di Jacopo Mandich.

Dal 9 settembre al 10 novembre, Info: en.uralbiennale.ru
Testo a cura di Simona Capodimonti, storica dell’arte e art curator

 

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