Personaggi

Una performance nomade

La recente serie di performance di Elena Bellantoni (1975) si alimenta della partecipazione attiva del pubblico andando a comporre una mappatura del pensiero degli abitanti della nostra penisola che lasciano una loro traccia attraverso i tasti di vecchie macchine da scrivere della Olivetti. Si presenta in questi termini il progetto a lungo raggio dell’artista che, il 22 agosto, ha proposto una nuova performance dello stesso ciclo al festival Nottenera 2015. Ma torniamo indietro di un po’. A fine luglio la Bellantoni è tornata nella sua terra di origine, la Calabria, dove a Cosenza – nell’ambito di una residenza curata da Alberto Dambruoso – ha portato le Olivetti lungo il fiume della città in dei box concepiti per ospitare gli artisti ed aprirsi al territorio. Elena ha inoltre concepito una parte della performance in una vecchia scuola bombardata dagli alleati nel luglio del ‘43, in una classe ferma nel tempo arredata con dei banchi degli anni ’20. Si è così relazionata con vari gruppi cittadini per raccogliere nuove narrazioni, tra cui proprio due sopravvissuti alla strage durante il conflitto. Le prime battute del progetto hanno invece avuto luogo a Roma, la città dove l’artista risiede. In due occasioni si è relazionata con parole, pensieri e testi dell’ ”Altro”, i partecipanti attivi alle sue performance. Prima, al Teatro dell’Orologio, Bellantoni si è rapportata con una persona alla volta in un dialogo scritto, intimo e silenzioso; poi alla stazione Ostiense, invece, la relazione con l’altro è stata corale, coinvolgendo i passanti/viaggiatori a fermarsi e battere liberamente a macchina sui tasti delle macchine per scrivere. Le implicazioni legate a queste performance sono numerose. Qui un dialogo con l’artista per scoprire quali sono le intenzioni dello stimolante progetto itinerante e capire le suggestioni alla base delle due performance iniziali, approfondendo gli aspetti che le hanno caratterizzate: improvvisazione, emozioni e la responsabilità del ruolo della relazione.

In che modo hai accolto la sfida? Verso quali figure hai concentrato la tua attenzione? «La fantasia disegna nell’anima dell’uomo delle immagini (fantasmi) delle cose che vengono viste, sentite e pensate. Secondo Agamben infatti il fantasma genera desiderio, il desiderio si traduce in parole e la parola delimita uno spazio in cui diventa possibile l’appropriazione di ciò che non potrebbe altrimenti essere ne appropriato ne goduto. Il lavoro performativo che ho presentato al Teatro dell’Orologio mi ha attraversata totalmente. Per ben quattro ore sono stata seduta a un tavolo, in uno spazio metalinguistico, tentando di scrivere l’Altro. Una performance quindi sul gioco della relazione attraverso la scrittura. Un dialogo indiretto, scandito dal rumore delle battute di due vecchie Olivetti. Ho lavorato su un doppio registro narrativo in cui il dare la battuta nel dialogo teatrale diventa un’azione fisica: il battere a macchina».

Parlami del set della performance. Come hai voluto sviluppare l’azione? «La partita si svolge in un campo immaginario in cui i due partecipanti, l’artista e l’altro, sono seduti uno di fronte all’altro. Le persone dal buio della stanza sono emerse davanti ai mei occhi come delle vere e proprie apparizioni, con ogni singolo soggetto ho messo a nudo un pensiero immaginativo, lo stesso sforzo di scrittura hanno fatto loro. Il pubblico è presente nello spazio durante la performance, pronto a leggere i materiali prodotti e appesi alle pareti».

Il testo si è dunque decontestualizzato, allontanandosi dagli autori, per farsi poi ricontestualizzare dal lettore fruitore. Hai dunque predisposto le condizioni per relazionarsi e confrontarsi con i testi. «Lo spazio della relazione si costruisce visivamente, nel progredire delle azioni – con il passare del tempo – la stanza vuota si riempie di parole scritte. 100 battute al minuto è un dialogo apparentemente impossibile, che crea delle connessioni inaspettate messe in atto da una comunicazione non verbale, nata dallo sguardo e dall’immagine che proiettiamo sull’altro».

Quali sono le caratteristiche dei testi che sono stati realizzati in quell’occasione? «Leggendo i testi prodotti emerge, infatti, il pathos che ci lega a chi abbiamo di fronte. Incredibilmente la comunicazione è fluida e gli scritti sono dei veri e propri dialoghi di botta e risposta. L’atto di accostarli, di riconciliazione tra questi due inconsci comunicanti, crea proprio questo corto circuito e restituisce in modo pubblico lo spazio privato di una relazione».

Al teatro dell’Orologio oltre alle due macchine da scrivere, sulla scrivania erano presenti anche una serie di oggetti: potresti ricordare quali e il valore da te attribuitogli? «Oltre alle macchine da scrivere c’erano due clessidre, che però non ho utilizzato perché il tempo dello sguardo tra me e l’atra persona (che avevo di fronte) è diventato un tempo intimo e interno che non aveva bisogno di essere misurato. C’era una pallina da tennis simbolo di un un gioco in cui le battute sono molto importanti, indicando l’inizio del match a due. In realtà la mia era una citazione da uno dei film che più amo: ”Blow up”, dove alla fine c’è una leggendaria partita di tennis!».

Il secondo step di 100 battute al minuto si è trasformato in Parole Passeggere. La performance si è allargata e l’hai portata in un luogo di passaggio: la Stazione Ostiense di Roma. Sotto al portico d’ingresso della stazione dei treni , 9 vecchie macchine da scrivere sono state messe a disposizione dei passanti e dei viaggiatori invitati a sedersi e scrivere per poi condividere i loro testi. Nell’arco di una giornata sono stati generati tantissimi testi che sono stati affissi sulle pareti. Vi è un comune denominatore tra i testi prodotti? Quali sono le loro caratteristiche? «La cosa che lega i 123 testi che ho raccolto è lo stare. Mi spiego: in un mondo in cui tutti vanno di fretta, in cui lo spazio della relazione è sempre più connesso alla comunicazione virtuale, il qui ed ora perdono di significato sostituiti da quello che sto per fare. In quell’occasione ho lavorato sul concetto di pausa. Infatti i partecipanti hanno deciso volontariamente di sedersi e fermarsi, di dedicarsi del tempo. La sosta in un luogo pubblico ha come aperto una porta tra un dentro ed un fuori, i passanti/passeggeri si sono ritrovati su questa soglia come in bilico con una parte intima di se stessi. Molti testi hanno a che fare con i ricordi: per alcuni con la giovinezza – a cui la macchina per scrivere chiaramente riporta – per altri, invece, è emerso il legame con una persona cara alla quale si dichiara il proprio stato d’animo. I bambini che non avevano mai usato o visto una vecchia Olivetti, hanno invece declinato il loro presente e, a differenza degli scritti anonimi degli adulti, hanno tutti firmati e battuto l’età».

Per Parole passeggere sei rimasta presente e attiva per dodici ore sotto ai portici della stazione, pronta a coinvolgere e offrire sostegno, o le tue stesse mani, a coloro che preferivano dettarti il testo. Cosa ti è rimasto di quell’esperienza? «Quello che mi è rimasto è un’esperienza condivisa, la possibilità di spezzare e un tempo per farlo diventare comune. Come in un coro mi ero assunta l’incarico di dare il via a questa performance collettiva: caricavo le macchine con i fogli, spiegavo come funzionavano, prestavo servizio alle persone che incuriosite da questo concorso di dattilografia mi domandavano: ”perché quando si batte a macchina non si può cancellare?” io rispondevo: ”l’errore fa parte della vita…”. È stato molto bello anche lo scambio con alcuni abitanti della stazione Ostiense, ovvero chi dorme al binario 12. Alcune persone che non sanno scrivere bene in italiano – come gli extracomunitari e gli immigrati – hanno preferito dettarmi i loro pensieri, lettere e parole. Ho redatto, tra le atre, una lettera per il Papa e una per il sindaco. Mi sono sentita come quei personaggi che negli anni ’50 scrivevano le missive per le persone lontane. La mia posizione è stata di ascolto e di servizio. È stato molto bello il dialogo con Elias, un ragazzo afghano di 17 anni – rifugiato e in transito a Roma da poche settimane – che mi ha dettato la sua storia e narrato il suo viaggio attraverso l’Afghanistan, la Turchia e la Grecia. Abbiamo comunicato grazie a un suo amico che traduceva le sue parole dal parsi all’italiano, mentre io emozionata incidevo il suo racconto su un foglio».

Ad introdurre lo spettatore/partecipante alla performance hai prodotto un testo poetico oltre che una sorta di sceneggiatura che delineava quali sarebbero stati gli attori, lo spazio scenico e l’azione. Qual è la funzione di questi testi e quale ruolo dai alla parola scritta? «Non reputo gli scritti delle poesie, ma un corpo del mio pensiero, necessario a indicare una strada. Le parole per me sono degli accadimenti, degli attraversamenti grazie alle quali si delinea un percorso che è innanzitutto mentale. Questo lavoro è nato dentro e con le parole. Parlo di corpo perché la pagina bianca per me è proprio questo. Inoltre alle persone ho chiesto un corpo a corpo sul campo della scrittura. In questo modo il pensiero diventa fisico acquisendo una forma. Durante 100 battute al minuto questo è stato più evidente, sembrava di stare dentro e fuori un duello, una partita a colpi di parole nate da uno sguardo dall’incontro/scontro con l’altro. Io con le parole ci gioco, le corteggio, ci giro intorno, cerco di immergermi e di andare in profondità a volte emergono a galla dei pensieri e delle associazioni che dispiegano forme nuove e inaspettate. L’onestà del mio lavoro sta nel seguire queste piccole intuizioni, la scrittura diventa quindi un’apparizione da cui partire per delineare un’immagine. Dalle pagine scritte a macchina appare prima di tutto una visione, quella delle parole disposte in modo irregolare in uno spazio che, diviene ancora più visibile – guardandolo da una prospettiva più ampia – lo spazio della visione divine anche quello dei fogli – appesi a coppie per 100 battute al minuto e riempiendo le pareti della stazione per Parole Passeggere».

 

 

 

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