Parla Micol Forti

Venezia

«Essere curiosi per cogliere le innumerevoli suggestioni, sperimentazioni, idee e creazioni racchiuse in questo piccolo mondo internazionale, che riflette sul futuro della nostra civiltà». Questo è il consiglio che Micol Forti, direttrice della collezione d’arte contemporanea dei Musei Vaticani e curatrice del Padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia, rivolge a chi si appresta a visitare l’esposizione d’arte in Laguna, in corso fino al 22 novembre. Artisti giovani, attenzione al punto di vista femminile e multiculturalità sono stati i criteri che hanno portato alla scelta di Mário Macilau, Monika Bravo ed Elpida Hadzi-Vasileva quali protagonisti del Padiglione che, dopo il riferimento alla Genesi nell’edizione 2013, quest’anno ha al centro il tema del prologo del Vangelo di Giovanni, ”In principio…la Parola si fece carne”. Un Padiglione che ha incuriosito e affascinato il pubblico, nel dialogo costante con i visitatori, anche attraverso i social media.

Cosa ha significato per lei curare il Padiglione e qual è il senso della partecipazione del Vaticano alla Biennale? «Questo è il secondo anno di partecipazione della Santa Sede alla Biennale di Venezia, un’esperienza e un’impresa straordinaria, resa possibile grazie all’intuizione e al lavoro del card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura e commissario del Padiglione, che ha riattivato il dialogo tra la chiesa e la cultura contemporanea, all’interno di una manifestazione specializzata e di grande tradizione come la Biennale di Venezia. Poter essere il curatore del Padiglione Vaticano è stato un onore e una grande sfida, quella di poter dar vita a nuove opere, per poter dare una forma al tema scelto. Il Vaticano, infatti, offre ai visitatori della Biennale un tema universale scelto dai testi sacri. La prima edizione è stato il tema della Genesi, della creazione, de-creazione e ri-creazione; mentre nell’edizione ancora in corso il tema è tratto dal prologo del Vangelo di Giovanni,’ ‘In Principio … la Parola si fece carne”».

Quali sono stati i criteri di scelta degli artisti? «I criteri di scelta sono stati molteplici: rivolgersi ad artisti provenienti da diverse culture, esperienze, visioni del mondo; poter coinvolgere artisti giovani, non ancora inseriti nel mondo del mercato; poter avere anche il punto di vista femminile, visto che nella prima edizione non avevamo avuto artiste donne. Così abbiamo scelto un’artista colombiana, Monika Bravo, un’artista della Repubblica di Macedonia, Elpida Hadzi-Vasileva; un giovane artista, fotografo, del Mozambico, Mário Macilau. Ognuno di loro ha lavorato in autonomia, sempre in confronto e in dialogo con le tematiche che erano state loro sottoposte. In particolare Monika Bravo e Elpida Hadzi-Vasileva hanno realizzato opere non solo inedite ma site-specific, mentre Mário Macilau ha presentato una selezione di un lavoro iniziato alcuni anni fa sui ragazzi di strada del Mozambico. La diversità dei linguaggi è stata un ulteriore criterio di selezione: ognuno di loro si esprime con modalità, tecniche, visioni espressive differenti. Proiezioni su superfici trasparenti e schermi su pareti colorate, per Monika Bravo; materiale organico animale di scarto che diventa prezioso tessuto nella struttura architettonica realizzata da Elpida Hadzi-Vasileva; un rigoroso, poetico e potente bianco e nero per le foto di Mário Macilau».

Come si collocano i loro lavori all’interno della Biennale e nel dialogo con gli altri padiglioni? «Il dialogo con gli altri padiglioni è imprevedibile e per questo affascinante. Sopra di noi quest’anno ha trovato posto la Turchia con le opere dell’artista di origine armena, Sarkis. Il cui lavoro sulla memoria e le sopravvivenze ha molti punti di contatto con il nostro».

Mancano pochi mesi alla fine della Biennale: quale il bilancio, per il Padiglione che ha curato, in termini di riscontro di pubblico? Cosa ha colpito e affascinato di più? «Il bilancio è estremamente positivo, non solo per il riscontro della stampa, ma soprattutto per le voci dei visitatori che attraverso i percorsi più vari ci raggiungono, anche grazie ai social network: abbiamo un account Twitter (@PadVat_Biennal). Nonostante le diversità delle valutazioni, emerge un comune apprezzamento per una forza e una poeticità che genera partecipazione ed emozione e suscita soprattutto domande. Uno dei nostri principali obiettivi».

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