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I fossili di Rowena Harris

“Porre come principio che un’opera d’arte è più reale di un’altra può sembrare temerario. Eppure questo è il postulato su cui si fonda l’opera di molti artisti degli ultimi anni, i quali non hanno mai nascosto la loro aspirazione a confrontare le esperienze e gli oggetti del quotidiano con la loro esatta equivalenza estetica. Il reale di oggi non fa direttamente appello alle emozioni, e nemmeno vuole che lo si pensi. A dire il vero, non sembra avere il minimo desiderio di giustificarsi. In compenso si offre in tutta la sua unicità, in forma di oggetto semplice, irriducibile, irrefutabile”. E. C. Goosen, 1968. La rivoluzione estetica partita in seno al dadaismo riproduce gli oggetti del mondo all’interno di una dimensione empirica dove dei semplici artefatti ci propongono di rivivere un’esperienza avulsa dal quotidiano ma che descrive irrimediabilmente un confronto tangibile con la realtà fisica circostante. L’oggetto in esposizione non contiene in sé alcun significato, esiste poiché occupa lo spazio corporeo, ma ne è distante, esente da alcun legame di matrice pragmatica, divenendo dunque il prodotto mentale di una fenomenologia pratica e concreta.

Rowena Harris, artista inglese in residenza alla British School at Rome, si interroga sui rapporti che intercorrono tra la realtà contemporanea e la fenomenologia dell’oggetto, denotando le caratteristiche di una percezione immaginifica intrecciata e complessa che si relaziona verso il mondo attraverso una tensione mentale e fisica. Nella sua prima personale italiana intitolata Being both on and within, as I said, ospitata presso gli spazi di The Gallery Apart, l’artista pone al centro della sua ricerca gli oggetti della vita quotidiana che vengono paragonati a fossili urbani, reperti archeologici provenienti da un’epoca indefinita. Piccoli frammenti intrappolati nel cemento, stampe tridimensionali di organi umani, detriti urbani dall’aspetto mai univoco: ogni singola opera descrive un repertorio di archetipi strettamente connessi all’esistenza umana. La materia sembra passare in secondo piano nell’opera di Rowena Harris, è la forma, l’accumulo di elementi che narrano di un’alterità spazio-temporale in cui l’artista concepisce la scultura come fosse un atto performativo, materializzando quel confine labile tra reale ed immaginario. “Importa poco che in origine i materiali siano stati concepiti per altri scopi o meno – sostiene Kurt Schwitters nel 1930 – La ruota di un’auto per bambini, una rete metallica, dello spago, dell’ovatta sono elementi che hanno il medesimo valore del colore. L’artista crea mediante la scelta, la disposizione, la deformazione del materiale”. Rowena Harris pone il suo lavoro in linea con ciò che Arthur Danto definì la “trasfigurazione del banale”, in questa inedita concezione di ready-made l’artista anglosassone imprime nel suo lavoro una sostanziale indifferenza estetica che coinvolge lo spettatore in un percorso visuale iconoclastico in cui l’immagine descrive un territorio culturale rettificato, simbolo ed esegesi evolutiva di una società contemporanea amorfa, la cui essenza è rintracciabile attraverso i feticci della nostra quotidianità.

Fino al 30 settembre, The Gallery Apart, via Francesco Negri 43, Roma; info: www.thegalleryapart.it

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