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Arnaldo Pomodoro a Pisa

Più di mezzo secolo di arte, quella di Arnaldo Pomodoro rivive in una mostra antologica a Pisa che vuol essere una summa del suo incessante fare artistico dai lontanissimi anni Cinquanta fino a oggi. Piazza dei Miracoli insieme ai suoi spazi museali è il luogo che accoglie le numerose, più di cento, sculture di Pomodoro, una sorta di sfida con lo scopo di far dialogare in ultima analisi antico e moderno, vestendo di nuova luce l’antichissima piazza toscana. Forse una delle più antiche tra tutte quelle che, in Italia e nel mondo, hanno ospitato le monumentali opere dello scultore-scenografo. La sua carriera artistica inizia infatti con il teatro e da lì, con un salto ambizioso e bizzarro, quasi un volo pindarico, arriva alla scultura.

Nel 1979 Arnaldo risponde in un’intervista, «In realtà ciò che mi spinse alla scultura fu un festival teatrale a Pesaro, mentre i disegni e bozzetti di scena non erano affatto soddisfacenti, il modellino mi convinceva». Da qui l’inizio di un percorso con lavori su piccola scala come gli incavi nell’osso di seppia, i filamenti su tessuti o reti e gli intrecci di argento su tela che difficilmente avrebbero fatto pensare alle sue successive e gigantesche creazioni di bronzo. Ma la poetica di tutta la produzione di Pomodoro era già in atto, poiché in queste primitive esperienze la realtà circostante veniva ridotta a elementi evocativi e vettoriali in grado di scandire lo spazio con strutture irradianti in direzioni orizzontali e verticali, ritmi rotanti di forme sferiche. Testimonianze di questo tempo sono esposte nel Palazzo dell’Opera Primaziale che si affaccia sulla piazza, con serie di progetti e disegni e studi opere progettuali, i rilievi degli Orizzonti, delle Tavole, delle Colonne del viaggiatore, delle Cronache e dei Papiri che sviluppano tutto l’inventario del suo segno plastico, della sua ‘scrittura’. Che prevede una tessitura vibrante, un ventaglio di registri di segni cuneiformi e di tagli, spigolature, cavità e gole dove la luce si perde e si riflette in continuo. Una vera e propria ‘geografia’ di segni, maturato e concepito in funzione dell’arte degli anni Settanta in mostra al Museo delle Sinopie. I registri semantici dei primi anni diventeranno il cuore pulsante e motore vitale delle opere di questi anni che si faranno via via sempre più gigantesche e dalle forme geometriche come sfere, cubi, colonne, dischi, archi, piramidi.

Spesso è il bronzo l’elemento prediletto, perfette solo nei confini euclidei perché dilaniate e consumate all’ interno da tagli profondi, crepe, distorsioni, punzonature che è in fin dei conti un racconto sofferto della storia umana e del mondo. Nel 1974 Arnaldo Pomodoro risponde a Sam Hunter, il critico statunitense che lo seguirà in diversi momenti ‘Nel mio lavoro ci vedo un potenziale distruttivo che emerge dal nostro tempo di disillusione…e che il cattivo uso della tecnologia potrebbe distruggere l’umanità’. La forma resiste, ci prova ma le sue ferite sono evidenti, tanto da rendere compromessa la sua esistenza. Pieni e vuoti spaziali ed esistenziali che sembrano provenire da ere lontane come le opere Scettro, Cippo, Piramide della mente, Papyrus, Asta cielare, Quattro Stele. Sopra tutte, la forma della sfera, o comunque di corpi rotanti come dischi e ruote, è quella più rappresentativa della sua arte, perché in sé porta l’allusione e l’illusione della compiutezza terrestre, dell’abbraccio ‘concluso’ della maternità ed è anche la forma che Pomodoro ripete in tante opere diverse ed che oggi sono disseminate in piazze e musei di tutto il mondo, Milano, Pesaro città natale, Firenze, New York, Parigi, Roma. Fino al 31 gennaio 2016 a Pisa, oltre alla corposa mostra antologica, la Piazza dei Miracoli accoglierà il Giroscopio, voluminoso e lucente corpo metallico e più precisamente un dispositivo fisico della nostra tecnologia. Il Giroscopio diventa una guida, un aiuto e un sostegno, posto com’è in un luogo della collettività dove s’incrociano genti di tutto il mondo, un silenzioso supporto per il nostro futuro.

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