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The void, la libertà del vuoto

La curatrice Angela Madesani a proposito della mostra alla Theca Gallery scrive: ”La traduzione che il dizionario dà del termone void è privo, vacante, nullo, ma anche libero” ed è proprio questa libertà espressiva, nei materiali e nelle discipline delle varie artiste protagoniste, che contraddistingue l’esposizione inaugurata il 2 luglio nella galleria milanese. La collettiva raggruppa varianti diverse di uno stesso tema sviluppate dalle artiste Elisabeth Scherffig, Aja Von Loeper, Christiane Beer ed Elena Modorati presentandole come un ”dialogo a quattro voci, in cui le opere sono poste in rapporto tra loro, in una stretta tensione tra pieno e vuoto; o come una composizione musicale contemporanea” nella quale entra il gioco anche il silenzio, il vuoto, per creare il pieno.

Le quattro artiste sono introdotte da dei piccoli lavori a parete all’ingresso, che subito mostrano il loro modo di operare e di trattare la materia; nelle stanze, invece, lavori site specific di medio e grande formato che, dialogando tra loro, vanno a rimodellare l’intorno e la percezione che si ha di esso. Scherffig (Düsseldorf, 1949) lavora ridisegnando a mano mappe di città su carta svedese (i lucidi degli architetti); ogni strato che compone l’opera, generalmente tre, è legato alla vita o ai ricordi dell’artista ed esprime il tracciato antico dell’urbe, quello che c’era, quello che non c’è più, quello che dovrebbe o potrebbe esserci, la città contemporanea, mostrando una mappa dove i singoli elementi delle città sono riconoscibili, ma dove non si sa esattamente dove ci si trova. A fianco, due opere di Modorati (Milano, 1969) che riflettono sul tema del limite, sul rapporto fra mondo esterno e mondo interno. ”Il vuoto è sospensione di tempo, tempo immobile, paralisi, meditazione ed estasi contempativa, che consente di andare oltre, al di là, ai confini dell’ignoto per accoglierlo senza paure””. I materiali usati da Modorati sono la carta giapponese recante scritte e citazioni incastonata, come gemma preziosa, in tavolette di cera dalle tonalità naturali che vanno dal miele al rosa dell’aurora. Le scritte non si leggono si percepiscono appena, la cera funge da patina, metafora della nostra incapacità di vedere in modo trasparente la realtà.

Nell’installazione Giardino Pensile i nastri di poliestere sospesi al soffitto prendono forma e si modellano in base al peso delle tavolette che reggono: è qui l’idea della scelta, della selezione nel tempo di quello che la momoria trattiene o no. ”Lavorare per dare espressione al vuoto”, come dice Von Loeper (Norimberga, 1971), che Three in one lascia uno spazio arioso tra i due fogli di carta lavorati, quasi a formare un altro corpo. Dai primi lavori in grafite, l’artista passa presto a lavorare bianco su bianco sfregando un pezzetto di legno, da lei creato, su carta Fabriano che viene trattata come se fosse un corpo umano. Si creano delle pieghe, delle sporgenze e delle trame in base alla forza usata per imprimere il legno sulla carta, che viste da vicino e alla luce ricordano i ghiacciai, o un tessuto, o una pelle. La luce e l’ombra, che creano effetti diversi sul rilievo della Von Loeper, sono anche i principali strumenti che Christiane Beer utilizza per indagare la forma e le sue possibile varianti. Cara agli Stacks di Donald Judd, la scultura Vertikal (DUE) è composta da due lunghe travi in ceramica sintetica poste su parete e separate tra loro da una piccola zona di vuoto al centro, che diventa parte integrante dell’opera stessa ridisegnandone i contorni, facendo emergere i pieni e i vuoti per giungere all’essenza dei fenomeni e alla potenzialità che in essi alberga. Questo taglio, il Vuoto, potrebbe essere un limite, un ostacolo da superare, una linea divisoria impossibile da varcare o, al contrario, potrebbe rappresentare una pagina bianca, il futuro ancora da scrivere in totale libertà nel quale si riesce a giungere all’infinito.

Fino al 12 settembre; Theca Gallery, via Tadino 22, Milano; info: www.theca-art.com

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