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Maurizio Nannucci al Maxxi

«Erano allegre, piene di speranza, erano coraggiose, eroiche, le tue parole erano uomini», scriveva Nazim Hikmet in una delle sue più note poesie e in questa stessa direzione si muove l’opera artistica di Maurizio Nannucci che attraverso giochi di grafie, luci e colori crea arte con le parole, rendendole potenze vive, libere e oggettivandole conferisce loro un’espressività segnica che va oltre il significato. «L’arte di Nannucci non privilegia l’immagine ma la evoca attraverso la parola, la percezione, l’immaginazione e si fonda su un coinvolgimento totalizzante dove spazio, luce e colore stimolano la percezione e modificano il pensiero». Così Bartolomeo Pietromarchi, curatore di Where to start from, definisce l’opera di Nannucci, al quale il Maxxi dedica un’antologica. Attraverso lavori storici posti in dialogo con altri realizzati o riallestiti per l’occasione, il curatore invita a ripercorrere la carriera di uno dei protagonisti della scena artistica italiana e internazionale. Nannucci è nato a Firenze nel 1939. A metà anni ’60 ha iniziato a esplorare le relazioni tra linguaggio, scrittura e immagini ispirandosi a concetti della linguistica e utilizzando diversi media, come fotografia, video, libri d’artista e installazioni sonore. Appartenente alla cosiddetta età post-utopica, Nannucci accanto ad artisti come Michelangelo Pistoletto o Daniel Buren, è esempio di fiducia nella sovversiva e creativa capacità dell’arte di rivelare e presentare nuove alternative. Le sue scritte al neon sono diventate i simboli riconoscibili della sua arte; a chi non è capitato di apprezzare, ad esempio, nella hall d’ingresso dell’Auditorium Parco della musica di Roma Polifonia realizzata in collaborazione con Renzo Piano? «Il neon – ha dichiarato l’artista – è una presenza costante che connota il mio lavoro. La prima volta che l’ho utilizzato è stato nel 1967 con Alfabetofonetico. Il neon mi dà la possibilità di formare e trasformare lo spazio in sensazioni e concetti che arrivano molto vicino alle persone aprendo nuove prospettive e orizzonti di percezione e interazione con la realtà».

Lo spettatore, libero da preconcetti, si immerge in un’esperienza percettiva inconsueta rispondendo alla domanda della mostra: Where to start from. Si può iniziare dall’esterno del museo, con l’opera More than meets the eye, che illumina la facciata e invita ad approcciarsi alle opere con una sensibilità che va al di là di ciò che la sola vista può percepire, predisponendosi a uno scambio tra significante e significato. L’arte concettuale di Maurizio Nannucci pone domande e non ricerca risposte, ma innesca meccanismi intellettualmente stimolanti, attraverso i sensi. Accanto alla vista, infatti, anche l’udito è coinvolto nel percorso, come accade per l’opera interattiva Sample sounds realizzata site specific in collaborazione con Simone Conforti: un’installazione sonora, prologo e completamento dell’opera al neon There is another way of looking at things, composta da sei altoparlanti sospesi e una telecamera ad infrarossi, che permettono al suono di prendere vita dal testo e cambiare in base alla densità degli spettatori, a una bassa densità corrisponde un suono astratto, a un’alta densità, suoni riconoscibili.

La mostra espone anche scatti multipli come Scrivere sull’acqua che è la documentazione di un’azione: scrivere parole sulla superficie dell’acqua simboleggiando un linguaggio volatile, una frase scritta come se fosse pronunciata appare per un attimo e scompare. Tra le interessanti operazioni che l’artista compie nel Maxxi spicca l’attivazione degli spazi, basata sul rapporto tra le opere e gli elementi architettonici: «Sono i margini tra parete e soffitto i punti di tensione su cui voglio intervenire», ha spiegato Nannucci. Molte opere al neon, infatti, sono collocate in punti inconsueti come angoli bassi o pareti meno visibili e fanno in modo che lo spettatore, attraversando le sale e colto di sorpresa, sia spinto a rivolgere attenzione a luoghi che non avrebbe considerato, abbassandosi, alzando lo sguardo al soffitto, soffermandosi a interpretare i segni in corsivo. In The missing poem is the poem (1968/1969) le parole si articolano in una frase che, scomposta su sei livelli, rientra in una griglia dispositiva rettangolare. Le singole parole assumono una dimensione plastica e la luce acuisce l’intensità della comprensione della parola. La mostra si conclude con la grande installazione Anthology, un work in progress che raccoglie alcuni dei testi al neon della sua carriera e crea una grammatica viva una vera su cui si fonda l’innovativa lingua dell’artista. Con i suoi concetti luminosi, Nannucci crea connessioni tra persone e contesti culturali, tra l’opera e il mondo esterno, stimolando un processo di scambio diretto e reciproco e invitando alla piena espressione dell’individualità: «Io non sono incline a consigliare nessuno – ha dichiarato nell’intervista Freedom From the Fear of Self-Contradiction a Hans Ulrich Obrist – e in particolar modo gli artisti giovani e di talento. Suggerirei invece di impegnarsi pienamente nella propria pratica, di esaminare e esplorare le proprie capacità; ma insisto anche sull’importanza e necessità di creare relazioni; di aprirsi al mondo esterno così da far conoscere le proprie idee, e di esporle al confronto; di mettere il mondo e il proprio lavoro l’uno di fronte all’altro, identificando il momento e il contesto giusto in cui comunicare».

Where to start from, fino al 18 ottobre, Maxxi, Museo Nazionale delle Arti del XX secolo, Roma; info: www.fondazionemaxxi.it

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