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I Filosofi di Tinguely

Da una delle più celebri creazioni di Mario Botta, il Museo Tinguely di Basilea, arrivano le sculture dell’artista svizzero alla Fondazione Geiger diretta da Alessandro Schiavetti, in mostra fino a settembre sulla costa degli Etruschi. Un’estate che la fondazione d’oltralpe dedica a Jean Tinguely, una delle personalità più rivoluzionarie di questo secolo, artista, inventore, provocatore e poeta, ritenuto in patria quasi un eroe nazionale. Saranno in Italia I Filosofi, le sue sculture-macchine che incarnano pensatori ed intellettuali del passato, responsabili della sua formazione umana e intellettuale e successivo abbandono del marxismo. Nove filosofi, sculture che furono parte di una mostra itinerante avvenuta tra il 1988 e il 1989 al Centre Pompidou di Parigi, dove l’artista firmò a quattro mani un opera a cielo aperto, fantastica e bizzarra, una delle più ammirate della Ville Lumière, la fontana Stravinsky insieme alla compagna e seconda moglie Niki de Saint-Phalle. Alla Fondazione Geiger anche alcune creazioni, colorate, seducenti e zoomorfe di Niki, con cui condivise la vita e l’arte a partire dall’esperienza del Nouveau Réalisme dei primissimi anni Sessanta, assieme a Yves Klein, Christo e Jeanne-Claude e altri. Fulcro del pensiero del movimento era una dissacrante critica al consumismo e capitalismo, in grado di produrre tanti e troppi oggetti, in grado di creare e ‘sostituire’ le macchine all’uomo, privandolo di tutti i suoi ruoli. Ecco che i Filofofi sono sculture, realizzate però con oggetti di uso quotidiano e di consumo, o meglio già consumati, oggetti di scarto che la società dimentica e che provocatoriamente l’arte di Tinguely riesce a far rivivere. Una dinamica già dadaista, che Tinguely abbraccia e condivide e che ancora sopravvive nell’arte contemporanea. Ecco che i Filofosi sono sculture, ma anche macchine che si muovono, dotate apparentemente di un sistema calibrato e meccanico che ne scandisce il movimento. Ma ciò che le anima è un movimento volutamente impreciso, che si affida al caso e alla fatalità. La loro ragion d’essere sta nella variabilità del moto, sono collage tridimensionali ironici e gioiosi, governati dalla magia della casualità che è causalità del divenire. Chi le osserva vede movimenti buffi, veloci e poi lenti e di nuovo veloci, sente stridere ruote dentate, avvilupparsi cinghie di gomma, ma può sentire anche odori e vedere, all’occorrenza, accendersi pure delle luci. Sono meta-macchine che nel riflesso del comune denominatore dell’infinita variabilità del domani riescono ad assomigliare più all’uomo che alla macchina intesa nella sua oggettiva ripetitiva prevedibilità. La scultura che rappresenta Rousseau sfoggia una corona di piume colorate e un cilindro ‘fallico’ in movimento, atto ad indicare il primitivismo vitale e spontaneo del ‘buon selvaggio’ teorizzato dal filosofo francese.

Arte, arte cinetica come vita e amore, che per Tinguely e Niki non doveva essere museificata, rinchiusa e bloccata in un tempo primo, ma che viveva solo in funzione del suo dinamismo e dei suoi mutamenti come il movimento stesso ma anche gli odori, i fumi, le luci che i due artisti immetteva nelle loro creazioni. Per questo spirito avanguardista e provocatorio, e per il fatto che le opere di Tinguely e Niki divenivano momenti di performance con lampi, esplosioni, fuochi d’artificio, furono presenti a diverse Esposizioni Universali, a Montréal nel 1967 e Osaka nel 1970. La scultura-macchina che si autodistrusse in una piazza neworkese, Homage to New York del 1960, aveva già in sé tutta la poetica di Tinguely, esattamente come la macchina fallica che sputava fuochi d’artificio in Piazza Duomo nel 1971, in celebrazione dei dieci anni dalla nascita del Nuovo Realismo. In Italia scelse di celebrare il decennio della nascita del movimento, perché nel nostro paese trovava entusiasmo, colori e soprattutto rumori nel trafficare quotidiano, così lontani dalla cultura dei cantoni svizzeri. Rumore e movimento, per le sue ruote di ogni forma e materiale, ferrame, tubi e padelle plasmati dal suo genio beffardo, annunciato dai lunghissimi baffi arricciati, in creazioni di una vitalità scanzonata e allegra. Come ricordava Bek Reinhard, curatore delle collezioni del Museo di Basilea: “sono opere che hanno una vita propria e che a fine giornata non possono mai essere uguali. Non possono rimanere originali a lungo, ma restano autentiche”.

Fino al 20 settembre, Fondazione Geiger, Cecina, LI; info: www.fondazionegeiger.org/it

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