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Intexěre Tempus

Il dolore distrugge il linguaggio, ammutolisce il più delle volte. Il dolore, afferma Louise Bourgeois, non può essere vinto, è necessario che sia mostrato affinché si trasformi in forza. Giovanni Gaggia, artista e performer originario di Pergola, assume il dolore come punto di contatto per trasmettere memorie di vite dissolte nella violenza. Intexěre Tempus, la sua ultima azione performativa svoltasi a marzo all’interno del lavatoio di palazzo Lamperini a Roma, è la narrazione di quattordici storie, quattordici vite legate da un sentire comune, da un vocabolario che afferisce alla sofferenza. Grazie al sostegno di Amnesty International e alla volontà di trasformare la performance in una produzione cinematografica, sotto la regia di Alessandro D’Alatri, Intexěre Tempus è divenuto una traccia sondabile di una memoria collettiva che vede ognuno di noi divenire il testimone di un percorso difficile e complesso che affonda le radici nella consapevolezza di avvicinarsi a vissuti drammatici. L’incontro tra Regina José Galindo e Gaggia è stato l’incipit di questo complesso progetto, l’artista guatemalteca ha deciso per la prima volta di narrare la propria esperienza per intraprendere un viaggio introspettivo condiviso con diverse persone accorse a tessere i fili di esistenze fragili e delicate. Abbiamo intervistato Gaggia in occasione della presentazione del progetto,  negli spazi della galleria Rossmut, che ci ha chiarito le radici della sua ricerca espressiva.

Intexěre Tempus è un’esperienza performativa dove la condivisione della memoria diviene il mezzo portante per tessere le fila di identità che hanno subito violenze fisiche e psicologiche. Cosa significa, nel tuo modo di operare, tramandare una testimonianza?

«Il percorso che ho intrapreso non è stato facile, ho vissuto un anno di lavoro intenso dove ho toccato con mano le storie che ho narrato e di cui ho trasmesso la memoria. Il lavoro parte dalla ricerca della verità, dalla volontà di fare arte attraverso la reale esperienza umana. Il mio gesto intimo e personale che ricorre nel tempo è caratterizzato dall’azione del ricamare. Il ricamo, nella nostra società, è un atto prettamente femminile, un atto d’amore, di vita, dove si intrecciano le storie e dove si celano le tematiche forti e i vissuti di un’esistenza drammatica. La scorsa estate ho seguito la residenza friulana di Regina Josè Galindo e ho trascorso con lei tutto il suo periodo di attività in Italia, lì, in quel luogo, è nato uno scambio, sono usciti fuori dei racconti. Regina è una delle più grandi performer del contemporaneo, durante la residenza mi ha descritto le motivazioni che l’hanno spinta a creare alcune azioni. A quel punto il nostro dialogo si è sviluppato nell’intento di voler testimoniare la violenza, ho iniziato a studiare la terminologia poiché esistono differenti tipi di violenza, questa ricerca è divenuta un tarlo costante nel mio lavoro e si è finalmente palesata in un confronto serrato con Regina che ha portato alla nascita di Intexěre Tempus. Ho deciso di dare a Regina la possibilità di scegliere le prime storie da narrare, ho ricevuto quattro storie, di cui una è proprio la sua storia, per la prima volta si è raccontata, la sua esperienza è divenuta l’emblema nella continua ricerca di altre vite. Ogni racconto proviene da differenti parti del mondo, grazie anche al sostegno di Amnesty International, partner fondamentale del progetto, ho narrato quattordici storie, tante quante le vasche di palazzo Lamperini dove si è svolta l’azione. Il mio dovere come artista è di cercare il bello, queste quattordici vite si sono trasformate in qualcosa di condiviso, in qualcosa che potesse cambiare le persone che hanno performato con me».

Nell’esposizione ospitata nella galleria Rossmut hai messo in mostra una sorta di reliquario, dove erano presenti vari indumenti appartenuti alle quattordici persone di cui hai narrato la storia. Che cosa ha significato esporre simili oggetti e perché hai scelto di custodirli all’interno di un involucro inaccessibile al tatto?

«Questa scelta ha rappresentato un grande elemento di discussione. La mia volontà è stata quella di non farli toccare dalle persone mettendo gli indumenti e le storie scritte a penna sottovuoto. La sacralità di quegli abiti risiede proprio nella loro testimonianza, come ad esempio accade per la storia di Milena, una ragazza nata uomo che mi ha donato il primo vestito femminile che abbia mai indossato: il vestito della madre con cui per la prima volta si è vista bella. I 14 indumenti sono stati gettati dentro le vasche di palazzo Lamperini, con il pensiero che l’acqua potesse in qualche modo agire pulendo quei panni in una sorta di buon auspicio».

Mettendo alla luce queste storie emergono a galla dei contenuti dove spesso è evidente quanto nella società contemporanea vi sia un processo denigrante di oggettivazione della donna, quale messaggio hai posto al centro di questo difficile e complesso progetto?

«Credo sinceramente che il mio ruolo consista nel porre delle domande, non sono io che posso dare delle risposte ma penso sia dovere della politica iniziare a interrogarsi su come affrontare drammi che sono alla base della nostra società. Le quattordici storie che ho narrato appartengono al mondo, ma sono vicine a noi più di quanto possiamo immaginare, è stato difficile ascoltarle, è stato difficile toccare quegli abiti, ho cercato di farlo il meno possibile per essere poco invasivo. Quei panni non posso considerarli opere d’arte, sono tracce di memoria e vanno osservati con la dovuta sacralità».

Intexěre Tempus è divenuta anche una produzione cinematografica grazie alla regia di Alessandro D’Alatri, un film in bianco e nero, che racconta la performance di palazzo Lamparini anche attraverso la testimonianza delle persone che hanno condiviso con te questa esperienza. Quel luogo è divenuto lo spazio per celebrare un mistero, che cosa significa per te l’atto performativo?

«L’atto performativo è l’unico linguaggio che riesce a creare un flusso energetico e comunicativo tra me e il pubblico. Non faccio teatro, non interpreto un personaggio, ogni cosa è reale, per questa ragione il pubblico nei miei progetti è sempre attivo, spesso le persone non sanno cosa succederà e quando entrano firmano un contratto di riservatezza per far sì che ogni individuo viva la medesima emozione reale. La performance, per quanto mi riguarda, può essere soltanto un unicum, in questo procedimento interviene l’occhio d’eccezione di Alessandro D’Alatri, che con la sua sensibilità ha catturato con grande delicatezza e con un impegno visivo, la verità dell’azione. D’Alatri ha permesso di cogliere quegli istanti intensi che non torneranno mai più».

Fino al 27 luglio, galleria Rossmut, via dei Reti 29b, Roma; info: www.rossmut.com

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