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La Biennale, un punto

La 56esima esposizione internazionale d’Arte della Biennale di Venezia è All the World’s Futures con la direzione artistica di Okwui Enwezor. Per i 120 anni della Biennale d’Arte sono state ampliate le partecipazioni che vedono coinvolti 53 Paesi, con 136 artisti da tutto il mondo dei quali 88 presenti per la prima volta, mentre 159 sono i lavori nuovi e 44 gli eventi collaterali. Quest’anno la mostra si incentra sulle problematiche sociali, politiche ed economiche del contesto internazionale che vede la precarietà crescere continuamente. Dalle parole di Paolo Baratta, presidente della fondazione della Biennale di Venezia: «Nonostante i colossali progressi nelle conoscenze e nelle tecnologie viviamo una sorta di age of anxiety». In linea con questi concetti è stata creata l’Arena all’interno del palazzo dell’Esposizione, luogo dove viene recitato integralmente Das Kapital di Karl Marx e si svolgono dibattiti e incontri, è stato poi deciso di dedicare un omaggio a Sergej Èjzenstejn. E non a caso la mostra All the world’s futures ai Giardini si apre con opere di Fabio Mauri che è stato impegnato in lavori a carattere politico con un atteggiamento militante. Invece l’ingresso dell’Arsenale vede alle pareti i neon di Bruce Nauman accompagnati da una distesa di gruppi di spade piantate nel pavimento di Adel Abdessemed che sembra porre un avvertimento sulla pericolosità dei nostri tempi. Marlen Dumas riflette sulla vanitas nei suoi dipinti in cui sono protagonisti teschi, così come avviene una riflessione sulla guerra e sulla distruzione che ne deriva in Chris Marker.

Viene poi presentato il corpus completo di video di Harun Farocki, artista ora scomparso, che dagli anni ’60 ha realizzato un cinema politico e sociale. George Baselitz con i suoi dipinti al contrario pone l’accento su di un’umanità dolorante ed emaciata. Andreas Gursky nelle sue fotografie quasi spersonalizza l’umanità attraverso vedute dall’alto di persone e luoghi dell’occidente e dell’oriente. Steve McQueen presenta un video che all’apparenza non ha sfondi politici e sociali, ma in realtà, con potenza e delicatezza si occupa delle conseguenze tardive del colonialismo e del razzismo. Una scritta che si ripete su di una lavagna: Everithing will be taken away nell’opera di Adrian Piper è ancora un avvertimento a sfondo sociale. Così come Teresa Burga di nazionalità peruviana opera sulle costruzioni sociali della femminilità e i processi di meccanizzazione e burocratizzazione del lavoro e della vita quotidiana; Madhusudhanan del Kerala che vive a Nuova Delhi realizza disegni e dipinti dedicati al cinema indiano contestualmente al periodo coloniale e alla politica bellica contemporanea di questo paese; Tiffany Chung del Vietnam si occupa della migrazione e del cambiamento in rapporto alla storia e alla memoria culturale con attenzione alla geografia di paesi traumatizzati dalla guerra e dalle calamità naturali; Elena Damiani del Perù, che vive e lavora a Copenaghen, si interroga sulla migrazione, la mobilizzazione, l’espansione e l’esplorazione attraverso un gioco di intreccio fra foto e mappe. Le mappe geografiche son centrali anche in Chantal Akerman nata in Belgio, vive e lavora a Parigi, ma il suo interesse si snoda fra identità e territorio, come se si assistesse ad appunti di viaggio.

i occupa di identità anche John Akomfrah del Ghana, ma residente in Gran Bretagna, nei suoi video. Vive a Londra Kutlug Ataman nato ad Istambul che ha creato per la Biennale una suggestiva installazione con una struttura a onda attaccata al soffitto formata da fototessere video cangianti; sempre residente a Londra, ma nato in Malawi, Samson Kambalu che realizza performance giocose che diventano video di pochissimi minuti chiamando questo suo mondo artistico cinema Nyau psicogeografico. Massinissa Selmani dell’Algeria crea disegni semplici in cui si assiste a un montaggio di immagini umoristiche e ironiche, ma anche con un po’ di ribellione, assurdità ed ambiguità. L’italiana Rosa Barba, che vive e lavora a Berlino, propone un’installazione video nel suo tradizionale stile in cui il processo di proiezione appare evidente al pubblico nella manifestazione delle macchine storiche che lo producono. Notabili alcuni Padiglioni dei Paesi che hanno partecipato a questa Biennale.

Il Cile ha presentato le opere di Paz Errázuriz e Lotty Rosenfeld che riflettono sul passaggio storico fra la dittatura militare cilena e la post-transizione democratica fra privazioni della giustizia, sfruttamento economico, mancanza di salvaguardia dei diritti civili, analizzando il concetto di identità femminile e maschile, la prima attraverso la fotografia, la seconda attraverso il video. Nel padiglione egiziano Ahmed Abdel Fattah, Gamal Elkheshen e Maher Dawoud prendono a pretesto un’installazione composta da cinque giardini di erba sintetica che compongono, nel loro dispiegarsi, la parola Peace, per alludere alla costruzione o alla distruzione grazie a un’applicazione tecnologica che dà la scelta fra scene negative e scene positive da vedere sul proprio tablet o telefono. Il Giappone propone un’installazione dell’artista Chiharu Shiota che invade lo spazio espositivo di fili rossi che partono dal soffitto cui sono attaccate delle chiavi. Esse simboleggiano la nostra quotidianità che le rende memori di stratificazioni di ricordi che si accumulano giorno per giorno. Mentre le due barche che sembrano avanzare in questo labirinto di fili e chiavi alludono alle due mani che custodiscono i nostri ricordi attraverso le chiavi.

Una galassia di video ci avvolge nel padiglione della Lettonia grazie all’installazione di Katrīna Neiburga e Andris Eglītis dedicata a un luogo del paese in cui una comunità esclusivamente fatta di uomini inventa nuovi marchingegni meccanici ed elettronici operando attraverso la manualità che in quest’epoca sembra sia scomparsa. Anche in Messico esiste una città lagunare come Venezia, da qui l’idea di Tania Candiani e Luis Ortega di creare una struttura in cui scorre l’acqua della laguna che attraversa il padiglione messicano e che si snoda fra il luoghi che lo hanno ospitato in precedenza. Nel padiglione dell’Olanda la natura è protagonista nella sua espressione artistica grazie ad Herman de Vries che collega la cultura e l’umanità a ciò che di più libero e insieme sano ci sia nel mondo, l’ambiente naturale; il padiglione è interamente dedicato a Venezia. La Spagna, oltre ad altre partecipazioni artistiche, apre con un’intera sala dove sono proiettati video di Salvator Dalì e documentari su di lui. I light box di Sarkis nel padiglione della Turchia creano la sensazione di trovarsi in un ambiente sacrale che al contrario di ciò che possa sembrare attraversa la vita e la memoria propria dell’artista grazie ad immagini per l’appunto sacre, di ritratti di amici e parenti, di opere d’arte che lo hanno segnato, di luoghi significativi nel suo percorso. Alle estremità della sala due lavori con il neon i cui colori sono ripresi nei grandi cerchi fatti di impronte umane dislocati sopra gli specchi centrali che dividono lo spazio a metà.

Gli Stati Uniti d’America celebrano Joan Jonas che, nella serie di stanze che compongono il padiglione, fa un omaggio alla natura nella sua precarietà dovuta ad i cambiamenti climatici attuali attraverso una serie di video in cui sono coinvolti dei ragazzi. Le musiche sono del compositore americano Jason Moran. Il padiglione Venezia è composto da cartelloni ed esempi di nove eccellenze venete in vari campi dal design alla lavorazione del ferro piuttosto che alla creazione di stoffe. Il padiglione Italia, Codice Italia a cura di Vincenzo Trione, basato sulla memoria, è diviso in stanze che ospitano ciascuna un artista diverso, ma il risultato sembra essere claustrofobico. Vi partecipano Giuseppe Caccavalle, Aldo Tambellini, Antonio Biasucci, Andrea Aquilanti, Alis /Filliol, Francesco Barocco, Luca Monterastelli, Vanessa Beecroft, Marzia Migliora, Mimmo Paladino, Claudio Parmiggiani, Nino Longobardi, Jannis Kounellis, Nicola Samorì, Paolo Gioli, Davide Ferrario con una installazione video dedicata ad Umberto Eco, e tre omaggi all’Italia di Greenaway, Kentridge e Straub.

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