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Residenze d’artista a Venezia

Continua il ciclo dedicato agli artisti attualmente in residenza a Venezia  nella Fondazione Bevilacqua La Masa per conoscere le rispettive ricerche e i progetti per i quali sono stati selezionati. Rispondono i cinque artisti che stanno lavorando negli atelier della Giudecca: Enej Gala, Francesco Nordio, Miriam Secco, Matteo Stocco, Annalisa Zegna. Qui e qui, trovate le altre puntate.

Enej Gala (1990, Lubiana, Slo)

«L’idea è di focalizzarmi sulle mitologie, sopravvissute o nate a causa della violenza sul territorio attorno al confine italo-sloveno. Dato che è stato uno dei confini più attivi, spostandosi numerose volte in breve tempo, ha portato a incontri molto vivaci non solo tra Italia e Slovenia ma anche tra i Balcani e l’Europa Occidentale. La mia intenzione è quella di ricercare nella memoria collettiva e riportare nella quotidianità odierna, in forma di installazioni, sculture e soprattutto pittura, le immagini di storie, miti e leggende che negli anni sono stati trasmessi e accumulati, filtrati e selezionati dalle necessità del luogo».

Durante l’incontro di presentazione ti sei definito un cacciatore di immagini. Puoi spiegare questo aspetto, parlando del paradosso per il quale invece ti senti loro preda?

«Penso che in qualche maniera, per alcuni più conscia, e per altri meno, siamo tutti dei cacciatori d’immagini. È una necessità intrinseca dell’uomo, anche solo per indirizzarsi verso una qualsiasi forma d’interesse: prima ti crei un’immagine di quello che vorresti fare e, se ti piace, la segui. Il marketing ha capito bene questo meccanismo, perciò l’immagine è diventata un’esca, in questo modo quelli che erano i cacciatori sono diventati le sue prede. Prendendo coscienza di tutto ciò, vorrei ritrovare la mia funzione in questo meccanismo, individuando le trappole e indicandone le orme attraverso le immagini che restituisco».

Francesco Nordio (1989, Mestre, Ve)

«L’attività che svolgerò in residenza s’intitola Site Specific perché vuole lavorare sul territorio nel lungo periodo attraverso una serie di progetti partecipativi, aperti a tutti e organizzati in modo orizzontale. La mia prospettiva è che il compito principale della cultura sia quello di trovare il modo di impedire all’umanità di autodistruggersi. L’intento è infatti quello di stimolare un cambiamento assieme culturale e sociale attraverso pratiche di scambio e autoproduzione (di beni, ma anche di sapere e di soggettività) che portino alla costruzione di un embrione di società alternativa, in grado di diventare progressivamente sempre più grande, solida e indipendente. I progetti attivi per ora sono: un orto urbano su un terreno comunale, un gruppo che discute di un tema scelto durante l’incontro precedente, un progetto “situazionista” per sperimentare un approccio più attivo, creativo e critico nei confronti di ogni aspetto dell’esistenza e un laboratorio nel quale ci si scambia saperi legati al corpo. A questi si aggiungono un percorso di “decrescita applicata” e una pratica di attività artistica libera e collettiva».

Quale di questi progetti rappresenta al meglio questa tua visione e la tua pratica?

«Il progetto di orto urbano è forse il più rappresentativo perché permette di lavorare contemporaneamente in più direzioni: il punto principale è costruire un collettivo, una comunità, in grado di autorganizzarsi (non essendoci una struttura di leadership, l’educazione alla gestione della responsabilità e del dissenso è un esercizio complesso e utile di democrazia diretta); poi c’è l’aspetto dell’autoproduzione di cibo, che si lega a un discorso sull’alimentazione consapevole e comprende il recupero di conoscenze che si stanno perdendo, rivedendole però in chiave biologica e ibridandole con l’agricoltura sinergica. Usiamo anche sementi tradizionali: varietà tramandate da secoli, escluse per legge dall’industria alimentare, che stanno rapidamente scomparendo. Contemporaneamente recuperiamo un’area urbana che prima era in stato di degrado. L’orto è uno strumento di aggregazione intergenerazionale e di sensibilizzazione nei confronti dell’ecologismo. Prossimamente, infatti, organizzeremo incontri, laboratori e visite guidate con la cittadinanza, le scuole, i disabili».

Miriam Secco (1981, Varese)

«In quest’anno di residenza ho presentato un piano di ricerca che si concentra sull’esperienza come pratica metodologica, attivando gesti, pratiche corporee, esercizi che permettano di scardinare le abitudini nella percezione di sé e dell’ambiente circostante. Ho presentato un progetto performativo con il quale esercito la possibilità di considerare l’individuo come una cassa di risonanza, uno strumento in grado di comunicare il proprio esistere nel presente, attraverso la frequenza cardiaca. Metterò in relazione diverse persone alle quali verrà spiegato il metodo corretto di rilevazione del polso, in modo da percepire al tatto l’onda d’urto che dal centro si propaga verso l’esterno. Cercherò di stabilire la differenza tra le due frequenze in contatto, e soprattutto se c’è una tendenza involontaria a diminuirla».

Mi ha colpito nel tuo lavoro l’importanza che dai all’idea di resistenza (penso ad esempio a Patois – pas toi Patois – not you e a Resist to the dust!, ma anche a Potlatch). Come continuerà/evolverà questo aspetto nel corso della residenza?

«Il tema della resistenza si concretizza per me in una linea immaginaria di confine tra due tensioni che si alternano. Resistenza al cambiamento, tendenza alla conservazione di ciò che si conosce, che ci rappresenta. Dall’altra parte della linea c’è l’inquietudine, la necessità di mettere alla prova le proprie conoscenze, la messa in discussione dell’ovvio, l’immaginazione. Vorrei continuare a lavorare inseguendo questo confine sfuggente e indefinito».

Matteo Stocco (1986, Mira, Ve)

«Intendo realizzare un video web interattivo il cui soggetto sarà una rappresentazione soggettiva della vita nelle isole della laguna veneziana, prendendo come elemento d’indagine le attività artigianali che ne costituiscono le basi identitarie. Ne ritrarrò, per ciascuna area, un protagonista specifico. Immagino una struttura digitale, dove i contenuti sono composti da materiali video raccolti nelle maniere più disparate, raccolti e organizzati come materiale d’archivio. Sfruttare i mezzi web mi consente infatti di creare una struttura dinamica, che possa evolversi autonomamente dopo la progettazione. La piattaforma avrebbe quindi una doppia funzionalità: quella di vetrina in cui mostrare i risultati della ricerca, e quella di strumento, attraverso il quale si potranno raccogliere dei dati, “spontaneamente”, sfruttando il materiale che i diversi users potranno caricare, seguendo determinate specifiche tecniche e di coerenza tematica».

Sei originario della provincia veneziana. Venezia è la città in cui vivi e studi. In questa tua indagine sulle dinamiche e problematiche che influenzano lo sviluppo della città contemporanea, che ruolo ha Venezia?

«Nei miei progetti mi sono spesso concentrato sul territorio dell’entroterra quasi evitando il coinvolgimento diretto di Venezia, a causa delle sue forti peculiarità in termini di sviluppo urbano. Ho trovato più interessante indagare il territorio della così detta città diffusa per la sua relazione con altri casi europei e rintracciare la presenza di una potenziale influenza da parte della laguna, ma invano. Erroneamente ho sempre considerato la laguna e l’entroterra come due entità molto diverse e quindi difficili da mettere in relazione in un piano di progettazione. Da un po’ di tempo sto però considerando la possibilità di includere nel progetto di residenza un’indagine che miri all’emersione delle relazioni che sussistono fra i due, permettimi il termine, “microcosmi”. Nelle zone della provincia vediamo un territorio profondamente segnato da dinamiche di sviluppo che si sono ormai sedimentate nel tempo, dove lo sprawling urbano ha disegnato un nuovo ambiente, come se fosse stata opera dalla natura stessa; nella laguna l’acqua è naturalmente l’enorme rete stradale che unisce le isole, ognuna con le proprie precise ma “silenziose” dinamiche. Il mio obiettivo al momento è quello di indagare le relazioni fra lo sprawling urbano dell’entroterra e le isole della laguna, considerando Venezia come il peso di una bilancia posta fra i due».

Annalisa Zegna (1990, Biella)

«Per la residenza ho presentato Atlas, un progetto che trasforma lo spazio fisico dell’atelier in un atlante visivo, un dispositivo di accumulazione di immagini. Atlas è pensato come studio visivo in continua elaborazione e come creazione di un immaginario di riferimento per pensare alla società contemporanea. Il processo di selezione e accostamento di elementi visivi diventa la pratica per ripensare le dinamiche spaziali e sociali a partire dalle loro forme, con un’attenzione verso le migrazioni, gli spostamenti e il modo in cui gli individui occupano lo spazio. A partire da questa analisi visiva realizzerò opere seguendo linguaggi diversi, lasciando che sia il processo stesso ad aprire gli interrogativi e le possibilità di lavoro».

Venezia è una città con cui ti stai confrontando da qualche anno, basta pensare a progetti come Pozzi Sonori e Studio per un paesaggio. In che modo Venezia, attraverso questa esperienza di residenza, pensi potrà ancora influenzare il tuo lavoro?

«Mi interessa confrontarmi in modo diretto con lo spazio pubblico di Venezia e la socialità particolare che la caratterizza. Per questo ho intenzione di portare avanti il progetto Pozzi Sonori durante l’anno di residenza, creando nuove collaborazioni con musicisti per riattivare i pozzi della città come elementi di aggregazione sociale attraverso il suono».

Info: www.bevilacqualamasa.it

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