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Oggetto, Soggetto, Abietto

C’è uno strano legame che unisce la galleria Riccardo Crespi e le opere di Caterina Silva: da una parte il candore di uno spazio bianco e silenzioso; dall’altra opere materiche e dense. Entrare nella galleria è come entrare nella casa dei vicini che si sono appena trasferiti, curatissima ma incompleta, pura potenza. Le opere di Silva, invece, sembrano appena uscite dal cantiere di un teatro, vissute e in decadimento; eppure qualcosa le unisce. Tant’è che non si capisce bene se il forte odore che si sente girando per le stanze dell’esposizione scaturisca dalle opere o sia semplicemente cera per pavimenti. Nata e cresciuta a Roma, Silva vive e lavora fra l’Italia e Amsterdam. Le sue tele sono campi di battaglia: bruciate, lavorate, tagliate. Spesso il punto di partenza è un’immagine figurativa rappresentata su una grande tela che poi viene modificata man mano, sommersa da altri stilemi e soffocata da colori, tagli, elementi esterni. Sulla superficie si trovano dei rimasugli di intonaco, come se avessero appena eseguito uno strappo per portare la parete direttamente sulla tela. Caterina opera incessantemente sui suoi lavori, in una maniera quasi tormentata: in alcune nemmeno usa la tela preparata, ma parte da quella gretta per poi lavorarci, dipingerci, buttarci sopra chiazze di colore e, non contenta, capovolgerla e cominciare da capo. Solo una, di tutte le tele esposte, è incorniciata.

La sua sarebbe quasi una pittura nevrotica, se non fosse per i colori fatati: il rosa e l’azzurro sono il leitmotiv che sembra unire i suoi quadri, un ovattato candido turbato da chiazze di nero intenso e da elementi esterni. Oltre alle incrostazioni parietali, in alcune opere si trova anche dello zucchero, in una decomposizione incorniciata in maniera talmente delicata dai suoi colori confetto che sembrare poetica. Un Autoritratto su oro realizzato grazie ad una sparapunti, da cui, gli stessi punti, poco dopo vengono rimossi. Le cose che non mi hanno aspettato, però, è forse l’opera di maggiore impatto. Sarà che trovandosi fra un quadro che si chiama He e un’opera che si chiama Her’s, o sarà che il fatto che siano cinque tele ricavate dal taglio di una grande tela originaria e poi arrotolate, ma il suo potere poetico è maggiore di tutti gli altri. Si va togliendo, togliendo e togliendo. Si getta via e si respinge; per questo, nel titolo della mostra, al soggetto e all’oggetto viene aggiunto l’abietto. Riprendendo le teorie di Julia Kristeva, Silva vuole sottolineare come anche l’abiezione sia una fase necessaria alla formazione della propria identità. “Il mio obiettivo è quello di portare alla luce qualcosa che potrebbe restare nell’ombra – dichiara l’artista nel comunicato stampa – il mio obiettivo è dimenticare”. Ed è per questo che la galleria di Riccardo Crespi e le opere di Silva sono così diverse e così in armonia: entrambe, sottraendo, creano. I muri candidi della Galleria e le chiazze nere e dense delle tele dell’artista. L’assenza di qualsiasi elemento abitativo e le tele bruciate, i mobili che non ci sono e i punti rimossi. Segni forti e bruciature insieme a colori da matrimonio.

Fino al 18 Luglio, galleria Riccardo Crespi, Milano; info: www.riccardocrespi.com

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