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Roma 900

Abbiamo intervistato Stefano Roffi, direttore della Fondazione Magnani Rocca di Parma, in occasione dell’inaugurazione della mostra Roma 900, di cui è curatore insieme a Maria Catalano e a Federica Pirani. Ci ha raccontato gli eventi artistici romani citando Ragghianti e Longhi, ha descritto i pezzi forti dell’esposizione e ci ha ricordato come la critica d’arte può illuminare ma anche ostacolare la creatività. Si parla anche del collezionista Luigi Magnani e della nascita di Italia Nostra.

Com’è nata l’idea di Roma 900?
«Già da alcuni anni la Fondazione Magnani Rocca dedica le proprie esposizioni alle personalità più significative del Novecento italiano. Particolarmente interessante è parsa l’opportunità di mostrare la ricchezza delle espressioni artistiche nella capitale dall’inizio del Novecento al lungo dopoguerra, un periodo che Carlo Ludovico Ragghianti definisce “una stagione splendida dell’arte italiana, per intensità e ricchezza di messaggi artistici e umani”. Proprio a Roma nel 1931 prendono il via le Quadriennali d’Arte Nazionale, esposizioni memorabili, con la partecipazione di tantissimi artisti, noti e meno noti, come espositori e come giurati».

Quali sono i pezzi forti in mostra?
«Il Cardinal Decano di Scipione e Comizio di Turcato. Scipione lavora dal 1927 sulla figura del cardinale Vincenzo Vannutelli e la ritrae in disegni, schizzi, bozzetti. Per Scipione il cardinale è incarnazione della fede, del clero, della forza spirituale e della stessa chiesa di Roma. Da Roma, dalla sua storia e dalle sue immagini, Scipione è assolutamente rapito e le passeggiate notturne, dove unisce il silenzio alla potenza penetrante della città antica e barocca, gli trasmettono forza e angoscia al tempo stesso, quando lo sguardo si volge ai monumenti e alle rovine, alla ricerca di quel mistero che solo Roma possiede, tra paganesimo e spiritualità, che lui, Scipione, si sente in obbligo di rivelare attraverso la pittura. Così nasce l’attrazione verso il cardinale, il viso ancor giovane e determinato, le dita lunghissime scheletrite, quasi divorate della carne».

Interessante, può descriverci l’opera?
«Il quadro è eseguito in un’ora imprecisata del giorno, ma mai si capirà lo scandire del tempo reale nelle opere romane di Scipione. Nella staticità delle forme, corre la luce e sembra un vento rosso di fiamme, che voglia trascinare con sé il cielo e gli angeli sul colonnato. Ma la novità assoluta sta nell’assimilazione e nella riproposizione dell’espressionismo di matrice tedesca, proprio a Roma – terreno germinante per l’arte classica – come epifania, predizione di un futuro prossimo minaccioso e temibile. E qui è la nuova simbologia che incarna questo dipinto: si contrappone come un macigno alla Terza Roma, la rifiuta, la disprezza perché con il suo avvento la città ha interiorizzato il colore del sangue».

Comizio di Turcato invece si lega alla vicenda critica di Togliatti, giusto?
«Esatto. Su Rinascita di novembre 1948 – la rivista del partito comunista diretta da Palmiro Togliatti – si abbatte, sotto forma di recensione alla mostra di Bologna, “Prima mostra nazionale d’arte contemporanea”, l’anatema dello stesso partito in cui militavano la maggior parte degli artisti espositori. Togliatti, che firma l’articolo con lo pseudonimo di Roderigo di Castiglia, non soltanto li accusa di produrre “cose mostruose, scarabocchi”, ma si chiede come proprio a Bologna, la città della cultura per antonomasia, si siano potute trovare “tante brave persone disposte ad avallare con la loro autorità davanti al pubblico questa esposizione di orrori e scemenze come un avvenimento artistico”. Tra i dipinti della famigerata esposizione di Bologna, che aveva suscitato l’orrore in Togliatti e nel P.C.I., figurava una delle prime versioni di Comizio, il tema che tenne impegnato il pittore per molto tempo. La sua piena libertà compositiva dà origine a una nuova pittura e a nuovi capitoli dell’astrazione, al contrario di Guttuso, che rimane il più grande pittore realista italiano, prediletto in termini di efficacia per le finalità propagandistiche del Partito Comunista».

Torniamo alla mostra in generale. Che tipo di racconto è stato costruito?
«Tematico e cronologico insieme, come d’uso alla Fondazione. Tardo naturalismo e simbolismo, secessione, futurismo, nuovo classicismo, scuola romana, figurazione e astrazione, documentano il XX secolo nella città eterna. Gli artisti in mostra sono 67 e le vicende critiche che li coinvolgono sono innumerevoli».

Il simbolismo romano fu sentimento dannunziano di poesia della natura
«Sì, e il paesaggio era il genere dove quasi naturalmente venivano a trovare espressione le istanze di quel vasto orientamento culturale europeo che ha nome e identità nel simbolismo e che costituiva, pur nelle diverse accezioni, la sensibilità comune agli artisti dell’ala culturale più avanzata, e proiettata verso la modernità, verso il Novecento. Anche le affermazioni di un critico d’arte, giovane ed estemporaneo come Gabriele D’Annunzio, a Roma dal 1891, individuavano, proprio nella pittura dei paesisti, i principi di una nuova estetica».

A Roma arriva anche la secessione viennese
«Emergono tendenze diverse: dalle interpretazioni elegantemente mondane del Divisionismo di Innocenti, Lionne, Bocchi, alle novità plastiche di Melli. Secessione romana rappresenta quindi un’avanguardia moderata, contrapposta all’avanguardia radicale del futurismo, che intende invece incidere in maniera rivoluzionaria sul linguaggio artistico e sulla realtà sociale e politica. Il primo conflitto mondiale fa tabula rasa nei confronti di ogni aspirazione avanguardista, fagocitandone lo slancio vitale».

Quali sono invece i contributi della Scuola romana?
«La prima identificazione della Scuola romana è da attribuirsi a Roberto Longhi, che sottolinea il lavoro di questi artisti in senso espressionista e di rottura nei confronti dei movimenti artistici ufficiali: “Proprio sul confine di quella zona oscura e sconvolta dove un impressionismo decrepito si muta in allucinazione espressionista, in cabala e magia, stanno difatti i paesini sommossi e di virulenza bacillare del Mafai, la cui sovreccitata temperatura potrebbe inscriversi al nome di un Raoul Dufy nostro locale”. Con il loro netto rivolgersi all’espressionismo europeo, gli artisti della Scuola romana – fra questi Afro, Capogrossi, Pirandello, Scipione, Mafai e la moglie Antonietta Raphaël – si pongono in contrapposizione formale e poetica alla pittura solida, ordinata e dai richiami formali neoclassici del “Ritorno all’ordine” degli anni venti, che caratterizzava la sensibilità italiana del primo dopoguerra».

Che rapporto c’era tra Luigi Magnani e Roma?
«Roma riveste un ruolo fondamentale nella vicenda personale di Luigi Magnani e della Fondazione Magnani Rocca, che probabilmente non avrebbe avuto origine senza le suggestioni, gli incontri, le passioni che l’urbe gli suscitò fin dall’inizio della sua permanenza, nei tardi anni venti. A Roma Magnani si laurea e si abilita alla libera docenza in storia dell’arte medievale e moderna. Sempre a Roma, dal 1949 al 1976, insegna storia delle arti decorative del manoscritto e del libro antico. Viveva prevalentemente in via Antonio Nibby, vicino alla via Nomentana, in una grande villa liberty tardo ottocentesca in un quartiere signorile dove sorgono anche villa Torlonia, villa Massimo, villa Mirafiori. Gli anni romani sono caratterizzati da una grande vivacità intellettuale, favorita dalle frequentazioni mondane ma soprattutto da quella con importanti personaggi del mondo della cultura, ben documentate ad esempio, oltre che dai legami nell’ambito artistico, dai rapporti con i letterati Aldo Palazzeschi, Carlo Emilio Gadda, Libero de Libero, dall’amicizia col filosofo Rosario Assunto, dalle serate nel salotto di Elena Croce, primogenita di Benedetto, e nel palazzo di via delle Botteghe Oscure della principessa e pittrice Lelia Caetani di Sermoneta e di suo marito, il diplomatico italo-britannico Hubert Howard. Con molti di questi intellettuali Magnani condivide un profondo interesse per le arti, al punto da decidere di fondare un’associazione a salvaguardia del patrimonio culturale italiano: il 29 ottobre 1955, infatti, insieme a Elena Croce, Hubert Howard, Giorgio Bassani, Pietro Paolo Trompeo, Desideria Pasolini Dall’Onda, Umberto Zanotti Bianco, sigla l’atto costitutivo di Italia Nostra. L’attività collezionistica di Magnani per il pantheon dell’arte che andava realizzando nella villa di Mamiano (con opere di Gentile da Fabriano, Filippo Lippi, Dürer, Tiziano, Rubens, Van Dyck, Goya, Canova, Monet, Renoir e Cézanne), ha origine proprio a Roma, la città dove vissero o cercarono fortuna alcuni degli artisti del Novecento italiano di cui collezionò le opere e che sono presenti anche nella mostra Roma 900, come De Chirico, De Pisis, Carrà, Morandi, Severini, Guttuso, Mafai, Tamburi e Manzù».

Fino al 5 luglio 2015, Fondazione Magnani Rocca, Mamiano di Traversetolo (Parma); info: www.magnanirocca.it

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