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Il gioco delle percezioni

Sarebbe bello entrare in uno spazio, farsi trasportare dalle percezioni visive e sensoriali, accantonare ogni preconcetto e immaginare i suoni perfetti che accompagnerebbero quell’esperienza. Con Karsten Födinger e Pieter Vermeersch si può. Fino al 4 aprile, allo spazio Cabinet, viene ospitata una bipersonale dedicata ai due artisti e curata da Maria Chiara Valacchi, curatore e direttore artistico dello spazio non profit. In scena un dialogo, breve, ma intenso; un dialogo che poteva trasformarsi in un contrasto e invece dà vita a un armonico confronto. Da una parte un’impercettibile Vermeersch che gioca a ridisegnare gli spazi della galleria; dall’altra un Födinger, come sempre invasivo, che impone la sua presenza al centro della sala, ma senza violenza questa volta, semplicemente posando la sua materica installazione al centro della spazio espositivo.

Vermeersch (Kortrijk, Belgio, 1973) è un artista che gioca con gli ambienti, con i colori e con le sfumature. Usa le architetture che lo circondano come supporto per la sua pittura, ridisegnandone limiti e percezione visiva. Senza pretese di continuità e senza limiti definiti, la sua pittura cangiante si esprime in percezioni sensoriali e giochi d’ombra. In quest’occasione la parete della galleria, che ospita il suo intervento, conferisce nuova luce all’intera sala espositiva modificando l’ambiente circostante e rendendolo ieratico. Födinger (Mönchengladbach, Germania, 1978) è invece un artista che si confronta quotidianamente con la materia e con la sua massa. Concepisce installazioni, spesso di grande formato, che occupino in maniera tangibile ambienti e spazi aperti. Si confronta, il più delle volte, con materiali pesanti come il cemento, il ferro, l’alluminio e il legno. Con le sue opere occupa, invade, costringe e incastra, esprimendo ed emanando vera e propria forza motrice. In quest’occasione, però, il dialogo site-specific sembra aver addolcito i toni delle sua ricerca artistica e in poche, ma semplici mosse mette in scena, attraverso l’utilizzo di calcestruzzo, legno e corda, una metafora dell’assenza gravitazionale. Una bipersonale che riesce, attraverso due visioni apparentemente opposte, a raccontare al visitatore una storia fatta di leggerezza sussurrata, contrasti evidenti e matericità prepotente. Per chi fosse anche interessato alla scelta musicale: Sigur Rós e Stockhausen, consigliatissimi.

Fino al 4 aprile; spazio Cabinet, via Alessandro Tadino 20, Milano; info: www.spaziocabinet.com

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