Parla Benedetta Bonichi

Raggi X, arte, moda e teatro. Siamo andati a trovare l’artista Benedetta Bonichi e le sue creazioni ai raggi X. Presente in questi giorni nello show-room della Galerie BSL di Parigi per un evento di moda, la sua arte dialoga con altre discipline artistiche, trovando punti di unione e strade da percorrere per un po’ insieme. Con i raggi di Rontgen che viaggiano tra quelli U.V. e quelli gamma mette a nudo corpi, cose andando al cuore del problema. Corpi e anime nude. E la sua visione dell’uomo e del mondo è una lettura profonda che mostra insieme il nostro dentro e fuori. Materia e spirito, bene e male, due in uno, come a dire che siamo insieme morte e vita.

Le tue opere saranno presenti a un evento di moda alla Galerie BSL di Parigi. Non è la prima volta che la tua arte incontra il mondo della moda, qualche anno fa lo stilista francese Christian Louboutin rimase affascinato dall’opera Guepiére e decide di far entrare le sue creazioni nelle tue radiografie. In questo 2015 che cosa accadrà?

«Ti ascolto e mi viene da sorridere. Mi sembra che tu stia parlando di un’altra persona. Una persona frivola, in carriera, con le valigie pronte che ti risponderebbe che ora è in partenza per Parigi dove è contesa (?) da due ottime gallerie, per scegliere i pezzi per la prossima personale che sarà in autunno, a Place des vosges, e una installazione en plein air per il primo arrondissement e subito dopo negli Stati Uniti per un progetto con un museo d’arte contemporanea, Beyrut in estate e Singapore a gennaio. Un’altra persona, invece, io, chiusa nel suo studio, è immobile e nel silenzio sente nitide le urla straziate di interi villaggi massacrati, di gole tagliate, di bambini rapiti in massa per i fini più raccapriccianti, di esuli in fuga dalla guerra, dalle torture e dalla fame, ammassate come bestie in Turchia come in Somalia, in Siria come in Italia. E noi, italiani, francesi, greci, senza lavoro e senza casa che sfiliamo, tutti uniti contro l’islam, uniti dalla paura e dai privilegi e loro a combattere una guerra che la storia deciderà se chiamarli terroristi o eroi e penso a Goya, al sonno della ragione che genera mostri e mi chiedo quando mai saremmo stati svegli. Goya, l’utopista. Goya, l’optimiste?. E come i pesci di Goya, vedo i loro corpi e le loro anime mutilate, i loro occhi vuoti, puntati su di me. Sono loro i miei fantasmi. Che mi affanno a portare in giro per il mondo. Carne e desiderio. Non siamo altro. Vittime e carnefici. E  sono entrambi. Mi parli di moda. La moda è sfrontata, volgare, esplicita, anticipatrice. La moda è un altro modo di fare specchi, di inquadrare il mondo».

Non solo la moda, ma anche il mondo della danza e del teatro hanno trovato un fertile incontro con la tua arte. I coreografi Carolyn Carlos e Philippe Decouflé e Tiziano Scarpa. Qual è il nesso comune oppure il polo opposto che fa scattare la scintilla?

«I nomi che hai citato sono i più noti, non i migliori. La stagione di teatro danza della scorsa estate ad Avignone è stata splendida. Soprattutto quella africana e quella del nord europa. E anticipava di un anno quello che ora sentiamo nei telegiornali. C’era una rabbia, sì, la rabbia di un cane che muore di sete vicino a una fontana. E bellezza, disordine, lotta ma nessuna catarsi. Per me fare arte è cercare di dare forma ad un visione. E farlo con qualcuno che cerca come me di provarci, mi da un senso di serenità, di modestia e di sfida. Che sia musica, scarpe o il disegno di un corpo nell’aria, la vanità e la vanitas sono le due facce di una donna che si trucca sotto i raggi x».

Ritratti di famiglia è stato un evento che nel 2013 ha celebrato l’arte della tua famiglia. Passioni di famiglia. Quale dialogo continua ad esserci con il tuo attuale linguaggio creativo che dalla scultura ha scelto l’uso di radiografie e fotografia digitale?

«Non sono Picasso. Mi limito a cercare. Di dare materia all’invisibile meccanismo delle azioni umane dietro alle loro rassicuranti giustificazioni. E quello che vedo sembrerebbe grottesco, orrido e ridicolo ad un occhio distaccato e superiore ma invece, non è altro che umano. Un pezzo di me. Io sono il mio sguardo e il mio sguardo è complice nel solo atto di essere testimone e questo è un carico doloroso e disertato da ogni logica. La tecnica, il linguaggio creativo è il mezzo di rovesciare lo sguardo. Un fotografare la pupilla mentre guarda».

Partendo da un approccio estetico nella radiografia le figure appaiono come ombre, fantasmi, simboli, ma per chi sa guardare oltre e leggere la figura parla unicamente di se stessa, affidata all’univocità della scheletro umano. La radiografia spoglia o amplifica l’identità?

«Rispondo a questa umanità troppo umana, di cui non sopporto il peso, mettendola a nudo. Cercando di ingannare la cecità di chi guarda usando la luce, io, escludendo la luce, li mostro come li vedo. Insensati, vanitosi, crudeli, ridicoli, convinti di essere eterni».

Poste sotto ai raggi X siamo abituati a vedere figure legate a malattie e morte, mentre i tuoi protagonisti fanno ciò che di più bello la vita riserva. Si amano guardandosi dentro, suonano strumenti, banchettano. Una catarsi?

«Sì. La mia. Ma nella mia visione, non solo la mia. Perché anche se l’umanità è ignobile ha in sé qualcosa di straordinario. La capacità di correre verso un precipizio, cantando. Massacra e si riproduce, portando morte e vita come se ogni atto compiuto sfuggisse alle regole non solo della logica ma anche della caducità, pur avendone conoscenza, forse anche coscienza. Quando si crea la vita ad esempio non si fa che partorire un morituro ma chi ci pensa? E si festeggia. Uno dei lavori che avrei voluto fare era la radiografia di una donna incinta».

Utilizzi tecnologie scientifiche del tuo tempo, così come hanno nei secoli passati fatto illustri artisti scienziati come Leonardo o Gaetano Zumbo per rimanere in Italia. Una miscela indissolubile di arte e scienza da senso alle tue opere?

«Anche la scienza crea visioni. La vera scienza non ha la pretesa di dire come stanno le cose ma svelare in una visione a noi comprensibile ciò che prima ci era invisibile. Ed è incredibile quanto l’estetica sia importante. Se noi ricordiamo Cartesio o Einstein è solo per l’eleganza delle formule a cui sono arrivati. E l’eleganza nasce dalla semplificazione che è il frutto di un lavoro straordinariamente complesso per giungere alla visibilizzazione di una intuizione, spogliata da ogni caso particolare. E l’intuizione è una sorta di antimateria, invisibile perché più densa, che dopo aver fagocitato in sé ogni caso particolare, riapplicata, lo mostra o, come si dice, lo dimostra. E anche l’antimateria invece di riflettere, assorbe la luce. È curioso».

L’italia è solo uno dei paesi dove esponi. Nel nostro paese si riesce a dar adeguata voce agli artisti? Quali canali sono privilegiati per poter far arte?

«Non posso rispondere. Non lavoro in Italia. O ho già risposto?».

Joseph Beuys affermava che ognuno è un artista, dal momento che sia la vita che l’arte sono un susseguirsi di azioni. Probabilmente in potenza. Nella nostra epoca fanno arte unicamente gli artisti?

«Non credo che contino tanto le azioni quanto la consapevolezza delle conseguenze. La volontà è ciò che distingue un sasso scolpito dal mare da una scultura non finita di Michelangelo. Non la sua bellezza. Chiunque abbia una visione del mondo e trovi il modo di renderla visibile è un creativo. Oggi a mio parere è difficilissimo riconoscerli perché l’arte è in mano al mercato che è un tumore della creatività. Ma non solo l’arte, ogni forma di ricerca, è mistificata, soffocata e umiliata dal mercato. Ma il mercato nasce dalla domanda. Quindi che posso dire? Speriamo nella crisi!».

Info: www.toseeinthedark.it