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Tina Modotti a Verona

Attrice, operaia, militante antifascista, donna. Musa del pittore Diego Rivera, fotografa e rivoluzionaria, l’una e l’altra in egual misura. Per brevità chiamata artista, ma non per scelta (“Quando le parole arte e artistico vengono applicate al mio lavoro fotografico, io mi sento in disaccordo – scrive la Modotti – Questo è dovuto sicuramente al cattivo uso e abuso che viene fatto di questi termini. Se le mie foto si differenziano da ciò che viene fatto di solito in questo campo, è precisamente perché io cerco di produrre non arte, ma oneste fotografie”). Eppure la semplice sommatoria di fredde etichette difficilmente saprà restituirci un ritratto fedele della sua poliedrica personalità, che nel tempo è assurta a una notorietà irraggiungibile per qualsiasi altra fotografa. All’opera dell’artista udinese è dedicata una retrospettiva allestita presso il Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona, realizzata da Cinemazero e curata da Riccardo Costantini. L’esposizione è composta da 110 immagini corredate da numerosi documenti storici e un contributo video Tinissima – Il dogma e la passione a opera della regista messicana Laura Martinez Diaz. Tina Modotti è conosciuta al grande pubblico più per le rocambolesche vicende biografiche – la partecipazione al movimento rivoluzionario in Messico, l’esilio e la guerra civile spagnola, la tragica morte avvenuta nel 1942 – che per la pur pregevole fattura di un’intensa carriera fotografica.

Divenuta simbolo del femminismo e della lotta politica, la sua produzione artistica ha sovente corso il rischio di costituire un feticcio al servizio di un’ideologia politica che, sebbene se ne configuri come colonna portante, non esaurisce in sé la portata della sua opera. Il percorso della mostra guida lo spettatore lungo l’intero iter evolutivo del lavoro della Modotti, prendendo le mosse da una prima fase decisamente influenzata dal rapporto con Edward Weston, membro del Gruppo f/64 e fautore della straight photography. Agli anni che vanno dal 1923 al 1926 risalgono i nudi che ritraggono Tina nella terrazza dell’appartamento messicano dei due fotografi. La lezione di Weston è ravvisabile in uno stile diretto, senza trucchi né manipolazioni, dall’estrema chiarezza compositiva e indubbia perfezione tecnica. Ciononostante, in episodi come Rose e Calle, la dirompente soggettività dell’approccio modottiano scardina il realismo e l’oggettività caratteristici nell’estetica del maestro statunitense. A partire dal 1927 e terminata la relazione con Weston, la Modotti abbraccia in pieno la causa rivoluzionaria iscrivendosi al Partito Comunista Messicano e collaborando con riviste quali El Machete e New Masses. Le fotografie di questo periodo rappresentano il riuscito incontro ideale e pratico tra i principi della straight photography e la sua declinazione in chiave squisitamente reportagistica: operai al lavoro, le mani dei braccianti segnate dalla fatica e le donne vessate dalle troppe maternità. Il cambiamento di forma e contenuto che caratterizza il passaggio dai primi still-life alla fotografia d’approfondimento sociale è suggerito, senza una cesura netta, dal progressivo minimalismo degli ambienti espositivi, man mano più essenziali. In chiusura i versi di una poesia di Pablo Neruda, amico di Tina, le rendono un collettivo e ossequioso omaggio: “La nuova rosa è la tua, la nuova terra è la tua: ti sei messa una nuova veste di semente profonda e il tuo soave silenzio si colma di radici. Non dormirai invano, sorella”.

Fino all’8 marzo 2015, Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri, Verona; info: scaviscaligeri.comune.verona.it

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