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L’immagine di sé

La selva dei sé in mezzo ai quali lo spettatore è chiamato a sfilare con la complicità della penombra, tagliata solo dai fasci di luce generati dai proiettori, riconosce nella videoarte la vetta più alta del linguaggio artistico teso all’indagine della propria intimità attraverso un processo che inizia e si conclude nel tempo del video. L’immagine di sé presentata a villa Croce il 4 febbraio, alla presenza del console onorario svizzero, la critica d’arte Viana Conti e la direttrice del museo, Ilaria Bonacossa, rappresenta un paradigma del panorama artistico elvetico fra il 1990 e il 2010, proponendo opere che pur nella loro diversità, raccontano di temi e disagi comuni a tutti gli esseri umani. Nelle immagini e nei suoni è indagato il contemporaneo con le sue fobie, contraddizioni e tensioni verso la ricerca di quel trascendentale che possa dare a tutto una spiegazione. I video proposti sono dieci, tra cui You called me Jackie (1990) di Pipilotti Rist, che, con la struttura compositiva di un videoclip musicale presenta la figura sfumata dell’artista che canta sullo sfondo di un paesaggio cangiante che sembra ripreso dal finestrino di un treno; Sorry guys (1997) di Chantal Michel, invece, propone un’immagine claustrofobica di una fanciulla-bambola che sfida le leggi della fisica, muovendosi con difficoltà lungo le pareti di un cubo di cemento che pare restringersi sempre di più; in My box is my castle (2001) di Andrea Loux, un’intera gamma di sentimenti vengono indagati, in relazione allo spazio angusto in cui l’azione si svolge, trovando prima il proprio posto e poi tentando di liberarsene. Molti sono i mezzi per un personale racconto di sé e vari sono gli approcci che rendono l’intimità divertente quanto insopportabile. Il video di Com&Com, Side by side (2002), riflette con ironica esasperazione il cattivo gusto che investe il mondo dello spettacolo, soffocato dalle sovrastrutture che la cultura dello showbiz impone. Completano la mostra i lavori di Katja Schenker, Roman Signer, Dominik Stauch, Yan Duyvendak, Bernard Huwiler e Frantiček Klossner. L’altissima qualità che caratterizza la mostra di Bernhard Bischoff sta soprattutto nella varietà dei linguaggi e delle formule adottate dai protagonisti per mettersi in discussione, fino a far entrare letteralmente la realtà dentro di sé per farla propria e non subirla.

L’immagine di sé, una mostra minimale, in termini di allestimento, si concentra sull’aspetto più concettuale ed empatico del video inestricabilmente collegato all’aspetto sonoro che lo completa e ne definisce il significato.

Fino al 22 febbraio; villa Croce, via Jacopo Ruffini 3, Genova; info: www.villacroce.org

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