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La Nascita di Magnum

La nascita di Magnum è una raccolta di racconti, una mostra insolita, una scommessa. Prima di tutto per il contesto in cui viene proposta: Cremona, lunatica cittadina al centro della pianura, non è per niente abituata a scosse culturali che vadano al di fuori del Violino e di qualche Campi. Non perché non ci sia mai stato altro, sia il materiale che i tentativi sono stati numerosi. Il problema è la risposta. Basti pensare che fino alla diatriba per il prestito a Expo di qualche mese fa, nessuno si era mai accorto di avere dietro a casa un Arcimboldo famosissimo, addormentato nelle sale della Pinacoteca Civica che, fra le altre cose, ospita addirittura Caravaggio: un San Francesco che più che in Meditazione pare in isolamento, date le scarse visite che riceve. A pochi metri di distanza ci sono anche delle discussissime acqueforti di Rembrandt e codici miniati di rara bellezza: ma a Cremona, o meglio, ai cremonesi, è sempre interessato poco. Per questo La nascita di Magnum, prima esposizione fuori dal campo semantico del neo Museo dedicato ai Violini, aveva tutti i presupposti per sembrare più un attacco alla croce rossa che una scommessa. E invece, i biglietti sono stati strappati a centinaia, con un quarto d’ora di coda minimo nel finesettimana: la rivincita degli insoliti che ci fa apprezzare Marco Minuz e la sua intrepida curatela.

Certo, qualcosa è ancora da sistemare. L’allestimento e il percorso sono poco definiti e, se non fosse per un breve video del curatore proiettato appena prima dell’uscita, si potrebbe pensare che le foto di Robert Capa in apertura all’esposizione siano state piazzate lì in maniera totalmente casuale. Intendono invece essere un prologo alla nascita dell’agenzia vera e propria e, in quest’ottica, rientrano perfettamente nel cerchio: il celebre scatto del Miliziano colpito a morte è uno dei genitori di quello che sarà Capa in Israele, reportage eletto a rappresentare il fotografo in Magnum e centro della mostra. Eppure, per intensità e lirismo, è proprio il Capa ante-Magnum, quello della seconda guerra mondiale, a colpire di più in questo percorso. Non sono solo gli estratti dalle magnifiche undici fotografie superstiti dal reportage dello sbarco in Normandia a colpire, ma gli scatti di frontiera più semplici, che lontani dai grandi boati del cambiamento, vengono valorizzati e ci fanno interrogare su cosa significhi alleato e cosa significhi nemico. Da una parte tre differenti interventi di medicazione, fra nemici o connazionali indistintamente; di fronte, riunioni di strategia fra soldati che viste da lontano sembrano delle partite a carte fra bambini.

Escluso Capa, che si arroga libertà d’azione, i membri di Magnum si assegnano ognuno un’area del globo per ottenere una copertura totale: a George Rodger sta l’Africa, e il suo lavoro è evocato con uno dei suoi reportage migliori dedicati alla comunità Nuba, in Sudan. I soggetti non hanno più quella scioltezza disinvolta delle fotografie di Capa: sono delle statue greche, dei modelli che si rizzano al centro di una passerella attorniati dal pubblico di concittadini. Figure marmoree che si stagliano contro uno sfondo arido, che sembrano impostate anche nelle prese di lotta diretta. Scorci rubati e perfettamente attuali sui lavori quotidiani delle donne in casa o sguardi fieri che penetrano l’obiettivo, per Rodger è stato scelta la testimonianza più di impatto. Henri Cartier Bresson ha, ovviamente, l’India, con gli ultimi giorni di Gandhi e i relativi funerali: poche foto, forse nemmeno le migliori. La vera bomba emotiva è l’ultima sezione, quella dedicata a David Seymour; a lui, cui fu affidata l’Europa, va la parete più importante, l’ultima. Sono sue le fotografie più emozionanti dell’intero percorso. È il 1948 quando l’Unicef gli commissiona un reportage sulla situazione dei bambini rimasti orfani al termine della guerra. Una decina di scatti emozionanti, toccanti: un bambino cieco che con la guerra ha perso entrambe le braccia colto mentre legge in braille con le labbra, una bambina disturbata, cresciuta nei campi di concentramento, che non riesce a disegnare una casa quando le viene chiesto, una bambina lucana sorridente vicino al suo asino. Queste sono solo alcune risposte alla stessa domanda, sempre costante, sulla missione della fotografia. Domanda cui, ça va sans dire, non si può rispondere se non per immagini. Fino al 15 febbraio, Info: www.mostramagnumcremona.it

 

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