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Arte e censura

Nel 1918 le ultime parole di Egon Schiele furono: «Prima o poi, dopo la morte, mi porteranno rispetto e ammireranno la mia arte». Pochi anni prima fu condannato per aver messo in circolazione dei disegni indecenti: uno degli studi di nudo fu addirittura bruciato in tribunale. Nel 1915 la polizia di New York irruppe alla mostra di disegni di Clara Tice, confiscandoli con l’accusa di indecenza. Nel 1987 l’artista americano J. S. George Boggs fu arrestato per falsificazione di banconote, e oggi, ricordando l’interrogatorio, dice: «Loro parlavano di crimini, io parlavo di arte». Sono tanti gli artisti che hanno avuto problemi di consenso con il pubblico, con la critica o con le istituzioni. Ed è intrinseca alla modernità la riflessione sul rapporto tra arte e istituzioni politiche o religiose. Ogni opera d’arte autentica è rivoluzionaria perché rivoluziona la coscienza dominante, l’esperienza ordinaria, e spesso, quando il territorio anarchico dell’arte stravolge l’ordine delle cose, interviene la censura. Episodio memorabile è quello di Daniele da Volterra, incaricato nel 1564 di ricoprire le nudità ritenute oscene del Giudizio universale di Michelangelo, e il cui ritocco commissionatogli da Paolo IV gli valse il nomignolo di Braghettone. Erano gli anni del Concilio di Trento, quando la Chiesa reagì alla riforma protestante accentuando l’uniformità liturgica e disciplinare.

Nel Novecento la censura è stata un programmatico strumento di controllo per entrambi i regimi totalitari, avversi alle opere d’arte d’opposizione e a quelle degenerate. Nel 1937, a Monaco, Hitler inaugurò la mostra Entartete kunst, con seicento opere astratte, cubiste ed espressioniste esposte al pubblico ludibrio e destinate alla distruzione. L’evento ebbe un enorme successo: fu la prima mostra itinerante d’Europa, visitata da più di un milione di persone. Alla mostra Bulldozer, nel 1974 a Mosca, le opere astratte furono gettate in contenitori di metallo e distrutte, e i visitatori furono allontanati con gli idranti. Stessa violenza nella Cina comunista, con l’opera anonima Goddess of democracy, innalzata in piazza Tienanmen per quattro giorni, tra maggio e giugno 1989: fu distrutta dai soldati quando aprirono il fuoco sulla folla dei dimostranti che avevano occupato la piazza. L’arte di opposizione contiene sempre un elemento di sfida, che consiste nel rifiuto di partecipare a un discorso politico esistente o di essere censurata dallo Stato.

L’artista che nella storia incassò più censure per aver disturbato la pubblica moralità fu Édouard Manet: tutto cominciò con Déjeuner sur l’herbe. Zola si mobilitò per scongiurarne la censura ma l’opera fu condannata perché giudicata indecorosa, trascurata nelle rifiniture, per il suo atteggiamento sarcastico verso il pubblico, e perché copiava ostentatamente quello che, con altrettanta ostentazione, ridicolizzava, ossia Festa campestre di Giorgione. Violando regole formali e tabù, l’arte cominciò a interrogare se stessa, e cercò un effetto problematico nello spettatore: Olympia introdusse un soggetto pornografico, una donna moderna svestita per il piacere dello spettatore. Nascosta nell’intimo profondo del talento di Manet vi era come una «teoria avversa alla società e alla religione»: furono censurate anche due sue note opere religiose, Cristo morto con gli angeli e Cristo deriso dai soldati, troppo umani e troppo contemporanei. In Austria fu rifiutata l’opera di Gustav Klimt per l’aula magna dell’università di Vienna, dove l’Allegoria della medicina mostrava una donna sopraffatta dalla malattia, mentre l’Allegoria della giustizia esibiva uno squilibrio di forme che, invece di celebrare l’inevitabilità del bene, affermava l’impossibilità del diritto. Marcel Duchamp rielaborò il programma trasgressivo iniziato da Manet: il famoso Nudo fu ritirato dal Salon des indépendants perché «un nudo non discende le scale, ma giace sdraiato». Più tardi, negli anni Sessanta, gli artisti della body-art si lasciarono andare a un’escalation di violenze che diventò insostenibile: per la performance Kunst & Revolution, Günter Brus e Otto Mühl furono condannati dal tribunale di Vienna a una pena detentiva. Nel 1987 l’American family association condusse una campagna contro Piss Christ di Andrés Serrano, una foto che ritrae un crocefisso immerso nell’urina.

Gli americani la giudicarono «immonda, deplorabile, disprezzabile, una disgrazia». I politici per descriverla utilizzarono la parola immondizia, tra cui anche il presidente George Bush. L’opera fu condannata dal senato, e un senatore strappò davanti a tutti il catalogo che la riproduceva. E sempre a proposito di provocazioni religiose, chi non ricorda La nona ora (Papa Wojtyla colpito dal meteorite) di Maurizio Cattelan? Oppure Fred the frog (la rana crocifissa) di Martin Kippenberger? Non valsero gli interventi di alcuni vescovi che sottolinearono «l’offesa ai sentimenti religiosi» a far rimuovere entrambe le opere. Per continuare con la blasfemia, l’artista austriaco Alfred Hrdlicka ritrasse l’Ultima cena come un’orgia omosessuale; l’artista australiana Priscilla Bracks espose Bearded orientals: making the empire cross, dove l’immagine di Bin Laden si fonde con quella di Cristo; il pittore Giuseppe Veneziano invece dipinse la Madonna del terzo Reich, dove, anziché un Gesù bambino, Maria tiene in braccio Hitler.

In tutta la seconda metà del Novecento l’arte, seppur variando, non ha fatto altro che ripetere il medesimo gesto, provocare, rompere l’ordine costituito, anche da un punto di vista sessuale: Jeff Koons si ritrae in pose amatorie con la moglie Cicciolina; Mapplethorpe si rappresenta in divisa sadomaso, di schiena, con una frusta infilata nell’ano; Judy Chicago riproduce in Red Flag (1971) l’immagine di un tampax rossastro estratto dalla vagina: in questi casi la censura ambisce a difendere il pudore. Non sarà che l’arte contemporanea esaspera la dimensione di violenza e di aggressione, verbale o visiva, perché è implicita nel nostro stesso linguaggio? In realtà il denominatore comune delle opere contestate o censurate è più complesso: si tratta di infrazione del tabù. Questi derivano dalla consapevolezza di un dovere nei confronti dei genitori, nei confronti della patria o perfino di dio, altri da una consapevolezza di rango, dalla deferenza verso determinate categorie di persone, altri da un’intuizione della diversità delle cose, e da una ripugnanza per la promiscuità e l’ibrido: agli artisti piace giocare coi nostri tabù, sfidano antichi divieti, stravolgono dogmi religiosi, disturbano tacite lealtà. O più semplicemente gli artisti, come i criminali, ma senza infrangere la legge, ci distolgono dal regno delle sicurezze e delle consuetudini in cui viviamo.

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