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Buenos Aires contemporanea #2

In una città dove si fa archeologia quando si parla di saggi architettonici dell’Ottocento, il contemporaneo è uno sguardo al futuro. Che tiene spesso, sottinteso, un nunca màs. Il Tempo è rapido e lento insieme. La città è frenetica, una giornata non basta ad attraversarla, gli autobus investono, e poi tutto si ferma nel rito di un mate al parco, in una biblioteca, in una gita di bambini. I milioni di caffè rallentano le corse quotidiane quasi a trattenere la gente, che si incontri. I giovani hanno lì i loro uffici. E si re-inventano, in continuazione. L’arte e il design si respirano già per le strade. La città pullula di buoni musei, centri culturali e fondazioni: si aprono all’esterno non solo proponendo una continua rotazione di mostre, ma soprattutto incontri e laboratori quotidiani, accessibili a tutti, a partire dal prezzo. E non si parla solo di arti visive, ma anche di musica e letteratura, all inclusive.

Il complesso del Parque de la Memoria, all’interno della Capitale Federale, ma appartato dal centro, si affaccia con insistenza sul Rio de la Plata. È una rarità, in una città come Buenos Aires che normalmente dà le spalle al suo fiume. Tra l’Università e l’aeroporto cittadino, la dislocazione ha un forte carattere simbolico. Si tratta di un memoriale, ma in veste attiva. C’è il parco sculture aperto a tutti a ingresso libero, un struttura che ospita mostre temporanee di tematiche attinenti (la personale Alfredo Jaar ne sarà un esempio), e una lunga ferita che tagliando una lieve collina li unisce, il parco e il museo: il Monumento alle Vittime del Terrorismo di Stato. Si tratta di un muro che si spezza a più riprese, marcando il trauma di un Paese nel suo passato recente, il peso di una storia non completamente risolta. È composto da 30.000 placche di porfido, di cui per ora solo 10.000 sono segnate da nomi, in attesa di conoscerne gli altri. Nomi incisi su pietra, per non dimenticare chi era stato cancellato: detenuti e assassinati o scomparsi negli anni del terrore, nella decade ’70 – primi ’80, ancora precedente al cosiddetto Processo di riorganizzazione nazionale. Sono gli anni dei centri clandestini di detenzione, dei crimini segreti, anni di torture, violenze, sequestri di bambini, rapimenti di donne incinte fino alla nascita dei figli (e poi scomparsa delle madri e appropriazione dei piccoli), sono gli anni dei voli della morte. Quei voli che terminavano in questo immenso fiume, qui di fronte, che per gli europei è un mare. Dal 1997 si parlava del progetto, realizzato a più riprese aprendo una parte del parco nel 2001, poi inaugurando il monumento nel 2007 e il museo con la sala PAyS (Presentes Ahora y Siempre). Dieci Organismi per i Diritti Umani, appoggiati dal Governo della Città, si uniscono al progetto (non senza le polemiche di chi ne resta fuori o vuole impedirlo). Un concorso pubblico internazionale ha visto partecipare più di 600 artisti per la selezione delle 12 sculture finali. Una di queste, l’installazione di Nicolás Guagnini (Buenos Aires, 1966), è emblematica a partire dal titolo: 30.000 – Mi padre, desaparecido; Mis tíos, desaparecidos; Mis primos, desaparecidos (Mio padre, scomparso; i miei zii, scomparsi; i miei cugini, scomparsi). È la cronaca di ciò che è realmente accaduto nella vita dell’artista. 25 assi di acciaio piantati nel terreno equidistanti gli uni dagli altri fanno comparire e scomparire il volto in bianco e nero di un uomo, la gigantografia basica di una fototessera, a seconda dello sguardo dello spettatore che si muove su diverse angolazioni. C’era, non c’è più – e tra le assi si intravvede solo l’acqua de La Plata. “In una società come quella argentina, dove il terrore si è fatto sentire con forza e la giustizia ancora tarda ad arrivare, l’arte come pratica sociale si prende il compito (sempre insufficiente) di ricostruire le memorie, di ristabilire partendo dalla sfera del simbolico il tessuto culturale lacerato dall’ultima dittatura militare”, afferma nel catalogo generale Florencia Battisti, coordinatrice delle arti visive del Complesso del Parco, e curatrice dell’attuale mostra temporanea nello spazio PAyS.

In questo contesto socialmente attivo, si installa l’esposizione di Alfredo Jaar. Cileno trapiantato negli Usa, manterrà sempre un solido legame con il suo paese, che non abbandona nella sua opera. Critico sulle atrocità della dittatura, della politica, di cui fotografa i drammi interni ed esterni. Critico sull’egemonia della mentalità statunitense che si impone come la vera e unica americana (Un logo para America, 1987). Critico sulla manipolazione dell’informazione (con la serie su Kissinger). Altre lotte, altre proteste di altre parti del mondo, sono spunti per nuove riflessioni e reazioni (Telecomunicación, 1981). Con una velata polemica da archivista di violenze, ma senza spettacolarizzazioni, usa i mezzi di comunicazione di massa per infiltrarsi negli spazi pubblici, tra la gente, e smuoverla. Giornalismo, reportage, pubblicità. Es usted feliz? è ripetuto incalzante nella mostra come sottotitolo ai sui studi, ricalcando tutta una serie di azioni intraprese nel Cile di Pinochet. Cartelloni stradali, interazione con i cittadini di Santiago, fotografie dei loro volti, votazioni libere (in questo momento storico!) che devono rispondere alla domanda: sei felice? Interessante la didascalia alle opere che recita lo stesso artista: “Estudios sobre la Felicitad è nato trent’anni fa nel mezzo di una situazione disperata: Santiago del Cile, 1979. Fu il frutto del mio idealismo utopico che cercavo di combinare con poesia, attività ingenua ma necessaria in quel periodo. Allora avevo ventitré anni e avevo appena abbandonato la mia carriera da architetto. A quell’epoca, coloro che si definivano architetti si dedicavano freneticamente a costruire, con piacere, quella che successivamente si convertirà nella più brutta città dell’America Latina. Avevo deciso di studiare cinema, progetto impossibile visto che la dittatura militare aveva fatto chiudere l’unica Scuola di Cinema del Paese. Estudios sobre la Felicitad è stato la mia valvola di sfogo, e quella di migliaia di partecipanti nelle sue varie tappe successive. Sento di aver perso il mio idealismo utopico-poetico da allora. È stato gradualmente ma inesorabilmente cancellato da tanti anni di lavoro sulla crudeltà umana. Il poco che rimaneva è stato annientato dalla mia recente esperienza in Ruanda dove un genocidio, il terzo di questo secolo, pagò con un milione di vite umane l’indifferenza barbarica della comunità internazionale. Gramsci proponeva di contrapporre al pessimismo dell’intelligenza, l’ottimismo della volontà. Rimango su questo punto, non molto convinto”. (Testo adattato da Adriana Valdés, Esudios sobre la Felicitad 1979-1981, ACTAR, Barcelona, 1999. Mia traduzione). L’opera di Jaar inizia nel 1973, quell’undici settembre del Golpe cileno che ha fermato i calendari della vita del Paese. Il numero undici diventa una presenza ossessiva (11 de Septiembre, 1973; Septiembre 11, 1974; 11.09.73.12.10, 1974: per non dimenticare il momento esatto, alle ore dodici e dieci minuti).

Qui sono esposti questi primi lavori fino alla partenza per New York del 1981. Ci sono voluti due anni di preparazione per questa mostra, con visite dell’artista, incontri all’Università e conferenze. Un artista non dimentica il passato, ma ne entra fino alle viscere in tutta la sua sofferenza, e lo rielabora per costruire il futuro. Per questo, Jaar dedica a las Madres de Plaza de Mayo (le madri argentine che hanno perso famiglia più di venti anni fa e ancora cercano e chiedono giustizia ogni giovedì pomeriggio davanti alla Casa Rosada) un’opera site-specific: Punto Ciego, “per aver trasformato la lotta per i diritti umani in un atto di amore” – come annota lo stesso Jaar. Il video filma un angolo con telecamera fissa, in un indefinito luogo del parco, del muro, non identificato. Un lavoro sensibile nella sua semplicità. Come altri suoi lavori che presuppongono una domanda etica sulla maniera di manifestare gli orrori dell’umanità – come investiga Andrea Giunta con il suo saggio nel catalogo della mostra – anche qui “cerca di esplorare distinti meccanismi dell’assenza per provocare presenza”. Si è immersi nell’oscurità, e appare un punto cieco. Nitido, tecnico, quasi scientifico (o architetto) e allo stesso tempo infinitamente poetico, Jaar risponde alla mia di domanda, questa volta. Se mi parla ancora un po’ di quest’opera, chè c’è dell’altro. “Con Punto Ciego trasformo una sala del Parque in una cella. Voglio che lo spettatore si connetta visivamente con questa cella. La luce che arriva alla cella è la stessa luce che arriva allo spettatore. È in tempo reale. Il punto cieco è quello che non vediamo della cella, è questa attesa impossibile dei nostri cari, della verità, e della giustizia”.

Fino al 1 marzo 2015, Parque de la memoria, Buenos Aires; info: www.parquedelamemoria.org.ar

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