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Fotografia

Ché uno non ci pensa mai, ma nel ritratto, fra il soggetto e l’artista, c’è di mezzo quello che serve per realizzarlo, una tela, una macchinetta; la questione ritratto, insomma, è un triangolo e il ritrattista non fa altro che guardare prima il soggetto e poi il lavoro, tradire il soggetto con il lavoro e viceversa. Se il ritrattista poi è un fotografo, l’unico modo che ha per guardare il soggetto è attraverso la macchinetta. Ce l’ha davanti ma non lo vede. Eppure, per fare un ritratto deve vederlo lo stesso. Questo per dire che il tema della XIII edizione di Fotografia è il ritratto e se credete che sia un soggetto facile, non avete mai avuto un’amante. «È un’ossessione, ne ho preso le distanze dopo la mostra a villa Medici, ma il ritratto è la ragione per cui ho cominciato a fare fotografie». Nel cortile interno del suo studio trasteverino, Marco Delogu, curatore di Fotografia, racconta il suo festival.

Un tema antico tanto quanto la fotografia.

«Tanto quanto i primi dipinti. Il ritratto è la storia di un confronto ancestrale fra chi è dietro e chi è davanti il quadro o la macchinetta fotografica. Non dobbiamo pensare la fotografia come una disciplina ghettizante ma immaginarla a confronto con le arti, dalla letteratura alla storia dell’arte. Un’indagine sul corridoio vasariano degli Uffizi con gli autoritratti degli artisti del Novecento è uno dei punti di partenza del festival».

Dall’autoritratto degli artisti al selfie, c’è un posto nel festival per questa tendenza?

«No, non sono così interessato. Siccome il tempo nella vita è limitato, preferisco utilizzarlo per altri motivi».

Analogico e digitale, problema risolto?

«Falso problema direi. La fotografia ha uno stretto rapporto con la tecnica ma, a prescindere da questa, il dato fondamentale è il risultato, poco importa il mezzo: banco ottico, macchinetta usa e getta o compatta. Credo che nel festival le foto di August Sander stiano benissimo con quelle di Jon Rafman. Quello che non sta bene insieme sono le speculazioni sui ritratti, fatte con storie che non appartengono a nessuno, storie straordinarie e spettacolari nel senso peggiore del termine, ché anche quello migliore non è fantastico».

Il festival sembra avere una predilezione per una fotografia che nasce dal documentario.

«Più che di documentarietà parlerei di auto documentarietà. Tutti partono da un’esigenza precisa, da Sander in poi, di documentare o auto documentarsi, capire il perché di quel lavoro. Penso che nei crani di Antonio Biasiucci ci sia una ricerca interiore e così, anche quando la foto sembra più documentaria, è un mix fra un’esigenza personale e il desiderio di documentare. Chiamiamola, se vogliamo, con questo neologismo: auto documentarietà».

Un fotografo che cura un festival di fotografia cosa ne pensa del prossimo probabile museo della fotografia a Roma?

«È una battaglia di retroguardia, non serve in assoluto, è di nuovo ghettizzare la disciplina. La fotografia deve trovare un dialogo espositivo con altre tecniche, all’estero funziona e penso al Moma di New York e al Centre Pompidou. Non si capisce perché spendere quei soldi invece di ottimizzare delle collezioni già esistenti. Questo museo è il simbolo di un sistema intorno alla fotografia che non funziona, dalla critica agli spazi espositivi».

Il progetto commissione Roma del festival serve anche per creare una collezione?

«Sì, non avendo molte risorse a disposizione si è pensato di chiamare su commissione fotografi. Koudelka, Barbieri, Basilico e Petersen sono fra gli autori invitati a ritrarre in libertà Roma. Una città che è stata scelta come base da molti artisti. Ogni tanto senti: “Però Roma con il contemporaneo non ha niente a che fare” ma veramente Rauschenberg e Twombly sono venuti qui e uno dei due ha deciso di rimanerci per tutta la vita, la scuola degli anni ‘60 e tutta una serie di attività contemporanee dimostrano il contrario. Il problema semmai è del sistema, non della città che adoro».

IL FESTIVAL

Il ritratto è il tema della tredicesima edizione di Fotografia festival internazionale di Roma. A una collettiva al Macro dove compaiono, fra i tanti, Paolo Pellegrin, Jon Rafman, Guy Tillim e Antonia Mulas fanno da cornice una serie di personali come quella di August Sander all’Accademia tedesca e Assaf Shoshan a villa Medici. Commissione Roma, il premio Graziadei e il concorso su Repubblica.it completano il quadro dell’evento.
Fino all’11 gennaio, varie sedi; info: www.fotografiafestival.it

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