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Arte e impresa

Nel titolo del rapporto sulle imprese culturali stilato dall’associazione Civita e presentato questa mattina a Roma è rivelato il messaggio dello studio: L’arte di produrre arte. Un concetto che sottolinea il profondo potenziale economico del nostro patrimonio culturale nazionale. Un concetto, però, stando alle cifre snocciolate dal volume (curato da Pietro A. Valentino ed edito da Marsilio), che sembra poco compreso dalle istituzioni di riferimento del comparto. Perché la lettura delle stime, tutte al ribasso, fotografano una situazione di immobilità istituzionale e di assenza di supporto agli stakeholders del settore, soprattutto ai privati. Qualcosa si sta muovendo. Da Emmanuele Emanuele, presidente della fondazione Roma, ad Albino Ruberti, segretario generale di Civita nonché presidente e amministratore delegato di Zetema (la società che gestisce i musei civici di Roma), fino al presidente di Civita Gianni Letta, sono stati tutti d’accordo su un punto: il nuovo ministro Dario Franceschini sta dimostrando di aver compreso il senso economico del suo incarico (l’Art bonus e la battaglia in difesa dell’insegnamento della storia dell’arte ne sono un esempio), ma molto è ancora da fare. Soprattutto bisognerebbe innovare i processi decisionali rendendoli più snelli ed efficaci, investire nella formazione tecnologica e coinvolgere in modo più influente i privati nelle politiche di valorizzazione e gestione dei beni culturali.

I NUMERI
Le cifre non sono generose e tanto meno confortanti e rivelano, nel complesso, la grave crisi in cui l’Italia è ancora coinvolta. Nel 2011 le imprese nell’industria culturale e creativa ammontavano a 168.309; rispetto al 2010 ne sono scomparse 10.870, con l’effetto che il loro peso sul totale delle imprese private italiane scende dal 4,5% del 2010 al 4,3%del 2011. Un calo annuo del 6,1%, nettamente superiore a quello registrato in comparti come le costruzioni (-3,8%), il manufatturiero (-0,5%) e gli altri servizi (-0,8%). Quanto al livello occupazionale la contrazione dal 2010 al 2011 è stata del -8,1%, superiore a quella registrata in altri settori produttivi. Paradossalmente da questa rilevazione emerge un dato: la perdita di addetti e imprese è più accentuata nei settori che dovrebbero essere più innovativi, quali l’informatica e l’industria culturale e creativa.
Le aree dove, in assoluto, la perdita degli addetti ai lavori è stata più elevata sono Roma, con 3.662, pari a -5,9%; Napoli (-25,3%); Torino (-12,6%); Firenze (-16,7%) e Verona (-19,6%).

IL DESIGN
Il rapporto contiene un’intera sezione dedicata al design. Lo studio dimostra, infatti, che le imprese italiane hanno investito nel 2011 circa quattro miliardi di euro nelle attività del design, contro i 3,5 miliardi di Germania e Regno Unito e 1,5 e 1,1 miliardi rispettivamente di Francia e Spagna. Il miglioramento della qualità e l’ampliamento della gamma costituiscono le leve di tali investimenti, perché consentono alle imprese di competere sui mercati in questo periodo di crisi. Non solo. Nel Lazio, in Lombardia, nelle Marche e in Veneto è particolarmente invalsa la prassi di innescare una efficace sinergia tra industria e design: molte aziende di queste regioni per aumentare la propria competitività investono in figure professionali specializzate nel design. In particolare, nelle Marche una parte del tessuto produttivo, quella più illuminata, ha attirato nel tempo designer provenienti dal tutto il mondo, con i quali imprenditori e professionalità più tecniche hanno instaurato un dialogo fecondo.

E nelle stesse ore in cui all’auditorium dell’Ara Pacis di Roma si studiavano le cifre, a Torino Luca Remmert, presidente della Compagnia di San Paolo, una delle più importanti fondazioni private d’Europa, chiariva: «Nell’attuale situazione di crisi quello dell’arte e della cultura è un settore in controtendenza su cui bisogna investire perché può creare opportunità occupazionali e la nascita di vere start up». Remmert questa mattina ha partecipato alla presentazione del progetto Carte de visite, che ha vinto il bando di residenza Cap 10152 della Compagnia di San Paolo. «In un momento come questo – ha aggiunto – dobbiamo intercettare i settori anticiclici e l’arte e la cultura rappresentano uno di questi settori. Basta guardare Torino che è diventata più aperta, creativa e giovane grazie alla crescita del ruolo dell’arte contemporanea, settore su cui abbiamo investito e continueremo a farlo».

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