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Harun Farocki a Berlino

La storia dell’arte ama la guerra. Per secoli gli artisti la rappresentano in mille modi: ventimila anni fa, nei disegni paleolitici, con gruppi di uomini armati di arco e frecce. Poi nella civiltà greca e romana antica, fino al Cinquecento, dove prevale il punto di vista trionfale dei vincitori, a eccezione della Colonna traiana che mette in scena la sofferenza del nemico, e delle visioni horror di Hieronymus Bosch dove la guerra è pura regressione mostruosa. Partendo dai Disastri di Goya, passando attraverso gli appelli pacifisti di Käthe Kollwitz e il trittico della guerra di Otto Dix, si arriva fino al Guernica, vera e propria icona antiguerra. Da quel momento, per tutto il Novecento, l’artista è critico nei confronti del potere, basti pensare all’attivismo sociale e politico degli artisti di oggi, come per esempio quelli che espongono per le strade di Kiev cercando di allontanare i venti di guerra che soffiano sull’Ucraina, oppure quegli artisti già ampiamente celebrati, come Yoko Ono, Bansky, Ai Weiwei, o appunto Farocki, maestro della videoarte impegnata.

Farocki è nella storia, perché è riuscito a incidere la realtà interpretandola con sguardo onesto e lucido grazie a una vasta e prolifica filmografia di oltre novanta opere, influenzate da Bertolt Brecht e Jean-Luc Godard, pellicole che rappresentano ancora oggi una critica rivoluzionaria alla società, ai media e in particolare alla guerra. Qualcuno ha detto cinicamente che «la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi». Certamente la guerra come fenomeno sociale ha enormi riflessi sulla cultura, sulla religione, sull’arte, sul costume, sull’economia, sui miti, sull’immaginario collettivo, tanto che si passa facilmente dalla sua esaltazione alla sua condanna. L’opera che dà il titolo alla mostra di Berlino, presentata per la prima volta nella capitale tedesca in occasione della sua donazione alla Nationalgalerie da parte dell’Outset contemporary art fund, si intitola Serious games. È una serie di quattro filmati del 2009 e 2010 nella quale l’autore indaga l’uso di simulatori nella formazione dei soldati americani.

In Serious games I: Watson is down (2010) alcuni giovani militari, in un’aula, sono seduti di fronte al loro computer, stanno giocando una partita. Si tratta di allenamento alla guerra, guidano un Humvee in una zona di combattimento desertica. Improvvisamente uno dei soldati cade a terra: «Watson is down!» esclamano gli altri giocatori. Ma nella vita reale Watson si è solo infantilmente irritato davanti al suo display. L’assenza totale di commenti aumenta l’assurdità della scena, perché è chiaro a tutti, spettatore e reclute allo stesso modo, che la realtà di una tale situazione sarebbe molto diversa. Ciò che è meno chiaro è in che misura l’esercizio del computer può servire come preparazione alla guerra. Al contrario Serious games II: three dead è stato girato nel corso di un’esercitazione militare nel deserto del Mojave in California, dove una finta città di container, popolata da circa trecento comparse che giocano a fare gli afghani e gli iracheni, è stata organizzata proprio per questo scopo. Secondo Farocki la città «era finta come in un computer-game». Anche se questo metodo di allenamento sembra meno imbarazzante rispetto all’uso di simulazioni computerizzate, l’intero scenario è uguale a un set cinematografico: come dire, l’importante è fingere. Non è quindi strano il fatto che la generazione di soldati che ha combattuto in Iraq, cresciuta con i giochi di guerra, abbia descritto l’esperienza di combattimento reale come un evento superficiale, come in un gioco per computer.

La mostra di Farocki scopre i meccanismi dell’immaginario collettivo legato alla guerra, che nel suo complesso viene continuamente rimodellato dalle tecnologie visive, come la tv, il cinema e la grafica computerizzata. Ma è un rapporto reciproco: anche il combattimento utilizza efficacemente le metafore visive del cinema e dei giochi animati. E tuttavia, come sottolinea Farocki in un confronto di diversi software nell’opera Serious games IV: a sun with no shadow (2010), le immagini non sono tutte uguali. Gli oggetti rappresentati in questa proiezione, infatti, non hanno ombre. È un gioco più rudimentale rispetto a quello utilizzato per prepararsi alla guerra. Perché alcuni giochi sono più seri di altri.

Fino al 18 gennaio, Hamburger Bahnhof-Museum für Gegenwart, Invalidenstraße 50-51, Berlino. Info: www.smb.museum.html

 

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