Personaggi

Parla Ulay

Ulay arriva a Bologna, alla decima edizione del Biografilm festival, con un film-documentario che lo vede protagonista nella lotta contro un male che oggi coinvolge, direttamente o indirettamente, un terzo della popolazione: il cancro. Ulay performing life, sotto la direzione di Damjan Kozole, ripercorre tra immagini di archivio e interviste, la carriera del fotografo-performer, a lungo partner di Marina Abramovic, sperimentatore con la Polaroid negli anni ’60 e ’70, pioniere della body art e della performance, oggi uno degli artisti e attivisti più noti al mondo. Vincitore del premio Celebration of life awards (premio che Biografilm festival dedica ai grandi narratori che con le loro opere e la loro vita hanno lasciato un segno profondo nella storia contemporanea), questo documentario ripercorre 40 anni di carriera di Ulay, di incontri, esperienze, testimonianze con l’obbiettivo di dare un messaggio forte: rispondere alla necessità di chiarezza e coscienza sulla vita, nel momento in cui le prospettive e le certezze cadono nell’affrontare la malattia. Un viaggio dalla Slovenia a Berlino, da New York a Amsterdam, alla scoperta di ciò che la vita ha costruito, riflessione su ciò che lascerà dietro di sé, inizio di un processo di inevitabile quanto impossibile distacco. Fino alla guarigione. A seguito della proiezione del film sono state fatte all’artista alcune domande:

Quando ti hanno diagnosticato il cancro e sottoposto alle sedute di chemioterapia, hai avuto dei dubbi sul mandare avanti le riprese?

«All’inizio ho avuto dei dubbi e ho riflettuto a lungo se girare il film durante la chemio, che come sappiamo tutti è la fase più devastante della malattia, sia fisicamente che psicologicamente. Poi ho capito che affrontare questa fase continuando a girare, poteva essere una terapia. Così è stato. Una sorta di film-terapia, termine che ho inventato apposta per definire l’importante aiuto e forza che questo progetto e il suo sviluppo mi hanno dato in fase di recupero. Da un lato c’era la chemioterapia, devastante e avvilente, e dall’altro la film-terapia, la spinta a superare questa tragedia che ti crolla addosso come una frana».

Quali sono i pensieri e le domande da affrontare o che spingono a fare un progetto-documentario di questo tipo?

«La prima domanda, quella più difficile e insidiosa da sviscerare, è “chi sei”. Nessuno te lo può insegnare o rispondere al tuo posto. Solo tu, dentro te stesso, puoi trovare la risposta. Una semplice domanda “chi sono io?”; la possibilità di darsi una risposta esiste e bisogna trovarla. In un momento in cui la vita sta sfuggendo al tuo controllo è fondamentale. L’altra domanda è “cosa fare?”. Il primo pensiero è stato quello di ritirami, andare a meditare e stare solo. Poi ho pensato e capito che non sarebbe servito a nulla. Avevo bisogno di reagire e curarmi. La chemio e le cure mediche convenzionali ti aiutano nell’urgenza di sconfiggere la malattia ma esistono anche altri metodi. La meditazione, viaggiare, esperire metodi alternativi mi hanno aiutato a disintossicarmi e a vincere questa malattia».

L’essere un artista come ha influito sul tuo modo di affrontare e comunicare questa situazione?

«Che tu sia o no un artista nella lotta contro il cancro non c’è differenza. Quando scopri di avere una malattia così non pensi più di essere un body artist o un performer. Hai un problema di vita o di morte e questo va molto oltre. Ma quello che fa l’artista è comunicare, rivelare, cercare l’attenzione del pubblico, emozionarlo, aprire una discussione, arrivare alle persone. Come artista ho espresso e raccontato attraverso il film una storia, la mia, che è anche e soprattutto un progetto di comunicazione per voi, il pubblico. Sta a chi riceve il messaggio capirlo e interpretarlo. Io l’ho messo in pratica attraverso la mia arte e quello in cui credo, utilizzando termini e immagini che possano arrivare alle persone in maniera diretta e semplice».

Ulay Performing life dimostra che il cancro si può sconfiggere.

«L’atteggiamento verso la malattia è la cosa fondamentale: chemioterapia e cancro sono come stigmate che ti rimangono addosso. Le persone affette dalla malattia non ne parlano, tengono il segreto come se ci fosse qualcosa di cui vergognarsi. Voglio contribuire ad aiutare le persone che soffrono a darsi una chance, far capire che adattarsi nella maniera giusta, mentalmente e fisicamente alla malattia, può essere un’arma fondamentale per sconfiggerla. Se c’è una cosa che la mia vita da artista mi ha insegnato è stato proprio sfidare continuamente il corpo, metterlo alla prova. Il cancro è qualcosa che non sei pronto ad affrontare fino a quando non ti trovi ad averlo. E a quel punto rivedi quello che hai fatto, quello che sei e quello che sarà il futuro, le possibilità di sopravvivere e tutto cambia».

In che modo hai cambiato prospettiva?

«Nel momento in cui capisci che il tuo tempo è determinato i pensieri cambiano. Pensi due, tre, quattro volte a come procedere, a come muoverti e andare avanti nelle scelte. Le cose diventano più solide e concise e i pensieri sulla vita diventano primari. Io mi sono detto “non voglio morire senza aver dato a me stesso una risposta sulla vita” ed è per questo che ho fatto questo film: rivedere ciò che è la mia eredità, ripercorrere ciò che ho vissuto e che lascio per chiudere il cerchio».

Da un punto di vista stilistico, il documentario è fatto di istantanee, piccoli momenti topici, brevi frasi concise ma pregnanti; questo fa venire in mente i tuoi lavori fotografici. Come hai gestito invece la questione dell’editing e del montaggio, che si contrappone al concetto performativo del qui e ora?

«Quando ho iniziato a scattare con la Polaroid, nel tempo dell’anti-estetica, dove un fotografo era interessato alla perfezione dell’immagine io non me ne sono mai interessato; ero focalizzato su altri aspetti: il mio corpo davanti alla camera, solo e senza audience, la performative photography. Anche la maggior parte delle mie performance, come quelle con Marina Abramovic, non sono state verbali, ma hanno vissuto nello spazio, diventando corpi acustici nel silenzio. E non si può decidere del dove e quando tagliare il silenzio. Per questo dell’editing non mi sono interessato e sono pessimo nel farlo! Nel corso della mia carriera ho fatto un paio di video-film e ho sempre evitato l’editing e la produzione in più riprese. Conta la durata, l’adesso, da ora fino a questo punto e stop. Il regista Damjan Kozole ha capito questa cosa e mi ha sottoposto pochi frame già pronti e io ho solo scelto quali mantenere e quali no».

Progetti futuri?

«Ho in mente di fare un altro breve film e un libro che raccontino il modo in cui ho affrontato questa malattia, attraverso la medicina tradizionale e anche attraverso medicine alternative, per dare alle persone che ne sono affette una via per andare avanti e aiutarle a combatterla».

Commenti