A partire dal 7 giugno gli spazi del Macro Testaccio di Roma ospitano Urban Legends, una mostra promossa dalla galleria 999 Contemporary e organizzata dalla gallerista Francesca Mezzano, che raccoglie i lavori di dodici dei migliori street artist attivi sulla scena internazionale. L’evento, curato da Stefano Antonelli, segna un passo in avanti nel percorso di riconoscimento istituzionale di una pratica artistica che sta vivendo una stagione segnata da importanti successi espositivi.
Uno dei protagonisti della mostra è l’artista Moneyless, all’anagrafe Teo Pirisi, nato a Milano il 9 settembre 1980. Per l’esposizione lo street artist presenta un’opera eseguita singolarmente e un lavoro realizzato con la collaborazione di nomi storici della scena street come 108 e Tellas. Lo stile di Moneyless nasce dall’elaborazione della forma geometrica come concetto portante di una matrice estetico espressiva che genera e costruisce strutture architettoniche in profondo dialogo con l’ambiente circostante. Abbiamo incontrato Moneyless per analizzare e comprendere le suggestioni e gli apporti che caratterizzano i suoi lavori dediti a narrare questa affascinante realtà delle forme.
”Vedere con la mente. Una geometria per comprendere lo spazio senza percepirlo visivamente” è il titolo di un testo scritto da Lamberto Nasini, un incipit ideale per parlare delle tue opere perché il tuo lavoro si basa sulla costruzione di uno spazio impercettibile, architetture invisibili che dialogano con l’ambiente circostante. In che modo è iniziata questa ricerca sulla forma?
«Mi hanno sempre attratto i prototipi automobilistici, quei bizzarri studi di aerodinamica degli anni ‘60 e ‘70 dove l’idea di automobile era un qualcosa di estremamente futuristico, più atto a impressionare che ad avere una funzione. Ho sempre disegnato geometrie e forme geometriche ispirate dalle più svariate cose, gli studi tecnici e di design aerodinamico penso siano alla base del mio interesse per la forma».
La teoria platonica delle idee si riduce alla constatazione che la vera essenza di questo imperfetto mondo è la perfetta geometria. La matrice estetica dei tuoi lavori è riconducibile alle simmetrie della costruzione della forma, in particolar modo mi riferisco alle tue installazioni strutturali sospese nello spazio, da cosa è generata l’idea di appropriarti della tridimensionalità?
«A dire il vero cerco sempre di evitare la simmetria nei miei lavori installativi, salvo pochi casi. Usare la terza dimensione per me è frutto di un processo di sviluppo e ricerca basato sull’evoluzione della rappresentazione bidimensionale, è una sorta di complemento di concetti che si è concretizzato nel disegno e nello studio su carta».
Schematizzare il tuo lavoro e ricondurlo al solo ambiente della street art è riduttivo. Se dovessi riflettere sulle tue opere lasciate in strada e quelle, invece, realizzate su supporti più canonici, presentabili quindi in contesti istituzionali, quali sensazioni nella loro creazione ti inducono a considerare in maniera diversa la tua arte?
«Sotto il punto di vista del concetto di fare arte senza soldi le due cose vanno di pari passo, l’uso di materiali poveri e molto semplici per produrre un’opera d’arte è una delle basi fondanti del mio lavoro. Detto questo penso che ogni spazio abbia una sua funzione specifica, la forzatura di adattare qualcosa che è di per sé nata libera è una soluzione decisamente sbagliata, è bene secondo la mia visione distinguere le due cose ma, allo stesso tempo, avere dei punti di ricerca paralleli».
La natura effimera e transitoria dei tuoi interventi è una componente con cui è inevitabile fare i conti. La loro memoria verrà tramandata attraverso le testimonianze fotografiche. Ti sei mai posto il problema della loro conservazione o in ultima analisi è il concetto stesso di transitorietà che rende affascinanti i tuoi interventi negli spazi pubblici?
«Decisamente è la transitorietà il punto forza del mio lavoro installativo. Penso che nel mondo attuale nulla è certo e per sempre, preferisco all’arroganza di apparire a tutti i costi l’essere scoperto per poco tempo, per questa ragione ho deciso di lavorare con materiali effimeri e abbandonarli alle intemperie».”Il quadrato non è una forma del subconscio. È la creazione di ragione intuitiva. Il volto della nuova arte. Il quadrato è un neonato vivo e reale. È il primo passo di creazione pura nell’arte”. Questa affermazione è di Malevich che nel 1916 parlò di un nuovo realismo nell’arte, un realismo che si era appropriato unicamente di forme geometriche.
Qual è secondo te il concetto di realismo?
«Il realismo è per me un immaginario filtrato dalla mia mente, tutto quello che produco non sono altro che visioni di elementi concreti idealizzati dalla mia sintesi. Il realismo è soggettivo».
Dal 7 giugno al 10 agosto; Macro Testaccio, piazza Giustiniani 4, Roma; info: www.urbanlegendstheshow.com


