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Intervista con Rebecca Tillett

Abbiamo fatto una chiacchierata la più giovane fotografa selezionata da Taschen per il voluminoso New Erotic Photography: Rebecca Tillett. Americana, poco più che trentenne, in Italia collabora con la galleria Mondo Bizzarro e con Fluffer Magazine. Le sue foto sono originali, surreali, erotiche, esotiche.

Le donne di Rebecca Tillett sono libere e sensuali, spesso hanno un velo di malinconia negli occhi: assomigliano a te o sono solo le protagoniste di atmosfere che ti piace raccontare?
«Direi entrambe le cose. Sicuramente la malinconia mi fa sentire più creativa, quindi probabilmente è il sentimento che trasmetto maggiormente anche senza la precisa intenzione di farlo. Quando scelgo di rappresentarla lo faccio per inclinazione personale, un gusto che mi porta a cercare -e trovare, ndr- la bellezza sempre nel lato oscuro. Con il tempo ho imparato ad accettare e valorizzare questa mia tendenza con maggiore consapevolezza».

I tuoi interni “domestici” sono diventati con il tempo un tratto distintivo molto affascinante della tua produzione. Le modelle nude sulla moquette, in cucina, in bagno e in salotto, sono vestite soprattutto di accessori appariscenti. Spiccano sempre labbra accese e tacchi a spillo, in un ironico mix tra erotismo e naturalezza. Quale intenzione c’è dietro questa rappresentazione del fascino contemporaneo?
«Mi piace ascoltare il punto di vista degli altri sulla mia fotografia, scopro sempre qualcosa di nuovo che magari non avevo realizzato prima, la tua domanda ne è un esempio. Tuttavia forse non c’è sempre una intenzione precisa dietro i miei scatti. Oppure c’è ma non me ne accorgo. Una cosa è certa: per me una modella con rossetto e stiletto è la rappresentazione di una sensualità irresistibile ma socialmente precostituita. Le labbra rosse e carnose pronte a divorarti, i tacchi a spillo per valorizzare gambe meravigliose e lunghissime (utilizzo il grandangolo per allungare ulteriormente le gambe delle mie modelle), biancheria intima sexy e un bellissimo seno dai capezzoli turgidi: sono simboli della femminilità americana che allo stesso tempo utilizzo per mettere in discussione e sottolineare quanto sia ristretto il confine di quello che consideriamo bello. Preferisco mantenere una semplicità di fondo negli ambienti (di solito molto colorati, molto caratterizzati da atmosfere vintage, quasi a voler sottolineare che quelle regole appartengono ad altri tempi e che sono durate troppo a lungo) la cui funzione è solo quella di contorno, tutta l’attenzione deve essere rivolta alla modella».

Seguendoti sui social ho notato che raramente realizzi autoscatti, dichiari infatti nel tuo blog di voler ritrarre te stessa il meno possibile. Cosa pensa Rebecca Tillett della fotografia erotica nell’era del selfie?
«Di solito uso l’autoscatto per necessità, lo faccio raramente e solo quando non ho una modella a disposizione. Da una parte è una gran cosa perchè so esattamente cosa voglio trasmettere nelle mie fotografie sia come fotografa che come modella, ma dall’altra è estremamente limitativo perchè alcune caratteristiche del mio aspetto fisico mi creano imbarazzo ed evito di fotografarmi in pose che possano sottolinearli. Quindi il risultato è che i miei pochi autoritratti sono profondamente diversi dai miei lavori (io ho questa convinzione, ad un occhio esterno magari la differenza non risalta)».

Credo che la bellezza nell’era del selfie abbia acquisito una dimensione più limitata.
«E’ quasi tossica. La fotografia digitale e i software per il ritocco danno la possibilità di cancellare o modificare qualsiasi immagine: è positivo che possiamo scegliere l’immagine che ci rappresenta al meglio ma allo stesso tempo credo che questo sia l’opposto della spontaneità e della naturalezza. Forse non realizziamo mai veramente quale sia il nostro aspetto perchè eliminiamo, per capriccio, le rappresentazioni di noi che nn ci piacciono».

E’ allucinante quanto questo alimenti col tempo un crescente atteggiamento narcisistico generale.
«Natacha Merritt è stata una grande pioniera del selfie nella fotografia erotica, io la cito spesso come fonte di ispirazione del mio lavoro. Quando usa la macchina fotografica su se stessa trasmette una energia erotica mai vista prima. E’ sempre stata di grande ispirazione per me, lo è ogni volta che giro la macchina fotografica verso di me».

Il confine tra fotografia erotica e fotografia di moda è sempre meno visibile: cosa pensi della scena dei giovani fotografi contemporanei e di questa nuova tendenza che si sta delineando?
«Nuova tendenza? Io credo che quello che descrivi sia un fenomeno iniziato dieci, forse vent’ anni fa. Personalmente la prima volta che ho percepito questo forte legame che la moda stava intrecciando con l’erotismo erano gli anni ‘90, con modelle come Kate Moss. Infatti sono proprio le top model degli anni ’90 ad avermi dato l’ispirazione (non tutti sanno che il mio primo set di fotografia erotica risale al 1999, avevo solo 17 anni). Era il 1997 quando guardando il video di Criminal, una canzone di Fiona Apple, ho escalmato “A-ha!Questo è esattamente quello che voglio fare”. Il video è pervaso da un’atmosfera sensuale, peccaminosa, i personaggi sono vestiti ma il guardaroba gioca palesemente a favore di una situazione ammiccante e peccaminosa. A volte faccio vedere il video di Criminal alle mie modelle prima di scattare, per trasmettere loro in maniera più immediata e semplice il risultato che mi piacerebbe ottenere nel lavoro fotografico».

Hai mai pensato ad un progetto dedicato all’universo maschile?
«Si ci ho pensato, ma mai abbastanza sul serio da realizzarlo. Forse le ragioni psicologiche sono ancora da indagare, il corpo maschile non mi provoca le stesse emozioni di quello femminile. Sono sessualmente attratta da entrambi ma…esteticamente? La mia passione è profondamente radicata nel femminile. Il corpo delle donne è un’opera d’arte. Ho sempre visto il corpo degli uomini come uno strumento e basta. Non escludo un progetto che possa coinvolgere modelli e modelle insieme, ma non sono ancora arrivata a trovare una vera ispirazione nella nudità maschile. In futuro chissà, non potremo mai sapere con sicurezza come cambieranno i nostri gusti».

Dopo un periodo da freelance sei tornata sui tuoi passi. Poter vivere della propria arte è, anche negli Usa, un privilegio destinato a pochi?
«Vivere della propria arte e basta è decisamente un privilegio, una rarità. Ho provato a lavorare come freelance in un periodo in cui mio marito guadagnava abbastanza bene da poter sostenere entrambi. E’ stata una grande opportunità e non capita certo a tutti, ma ho come l’impressione di non averla sfruttata fino in fondo: la mia motivazione era diminuita, proprio in maniera inversamente proporzionale al tempo a disposizione per la mia creatività. Mi mancava l’adrenalina quotidiana che deriva dal dover conciliare mille cose. La mia creatività è molto sfuggente, la cosa mi scoraggia parecchio e ho ricevuto in merito consigli molto diversi, praticamente opposti: quelli che dicono che dovresti insistere e forzarti, e quelli che ti consigliano di aspettare pazientemente l’ispirazione. Ho provato entrambe le cose ma non ho trovato la mia dimensione in nessuna delle due. Per tornare alla tua domanda, l’anno scorso ho lasciato mio marito alla ricerca di una felicità che ancora non so se esista o meno. E’ stata un’esperienza tormentata e difficile, ero molto spaventata, ma mi ha aperto gli occhi e ne sono uscita più forte. Facendolo ho anche messo da parte il sogno di vivere solo della mia arte, ho cercato un altro lavoro e iniziato una nuova sfida: passare 45 ore a settimana a lavorare come graphic designer senza perdere la voglia di dedicarmi -con il tempo e le energie limitate che mi restano a disposizione- ai miei progetti fotografici».

 

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