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Palazzi di parole

Ha questo di particolare la fotografia e lo ha fin dal principio: può essere stampata ovunque. Fatto, questo, che l’accomuna come tecnica a quella dell’incisione a cui invero tanto deve. Era sufficiente stendere una sostanza fotosensibile su un qualsiasi supporto che sarebbe stato esposto in camera oscura per generare l’immagine desiderata. Il contatto con la materia, imprescindibile per ogni pittore degno di questo nome, è stato nel corso della storia dell’arte soddisfatto anche attraverso questa possibilità di stampare sui più diversificati materiali dalla tela, al legno, a tutti i tipi di stoffa. Prima della stampante, quindi, quella attaccata al computer per capirci, non era impossibile avere una fotografia impressionata su una scatola di legno. Tutto questo lo sa bene Nicolo Quirico che stampa le sue foto sulle pagine di libri.

Che poi non sono dei libri a caso e non sono fotografie casuali ma la cifra distintiva del lavoro di quello che potrebbe definirsi un fotografo d’avanguardia, inteso come era inteso nei primi del Novecento. Partiamo dalle fotografie: Scatti di architettura, visioni cittadine di palazzi, monumenti più o meno noti con un debole per l’architettura razionalistica italiana. Immagini composte a regola d’arte dove l’attenzione del fruitore viene concentrata esattamente nel punto che il fotografo voelva sottolineare. Fotografie che se non aggiungessimo altro sarebbero solo delle belle, bellissime foto fatte da un autore con un bell’occhio. Quirico invece prende i suoi scatti e li stampa sulle pagine di libri, testi scelti con cura che hanno un legame con il monumento che portano sopra. Palazzi di parole, così, il titolo di questa serie che ha immortalato varie città italiane e che per la mostra alla Costantini art gallery si sposta a Londra. Nella visione del fotografo così alle linee delle strutture fotografate si fondono le parole che diventano voce se lette, parole a spiegare la storia della costruzione, in qualche modo a renderla viva.

Ciò che poi accomuna Quirico a un artista della vecchia avanguardia è il collage. Quelle che da lontano sembrano delle fotografie omogenee, a uno sguardo ravvicinato si rivelano puzzle assemblanti con cura, costituiti da architetture divise in più scatti stampate su altrettante pagine di libri. L’omegenità si rompe in un’infinità di pezzi che da vicino sembrano acquisire un significato autonomo rispetto al generale come a volte succede con le parole.

Fino al 28 giugno; Costantini art gallery, via Crema 8, Milano

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