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Jean Clair al Salone del libro

Dopo la partecipazione all’ultima Biennale di Venezia, lo Stato del Vaticano approda per la prima volta, come paese ospite, al Salone del Libro di Torino e lo fa in grande stile. Non solo una riproduzione in scala uno a dieci della cupola di San Pietro, fatta di libri antichi, domina l’intero terzo padiglione degli spazi fieristici del Lingotto, ma anche il critico e storico dell’arte Jean Clair, l’ospite più importante della kermesse, che il direttore Ernesto Ferrero ha indicato come il fiore all’occhiello dell’intera quattro giorni libraria, è giunto sotto la mole in quanto destinatario del premio Bonura per la critica militante indetto dall’Avvenire, il quotidiano della Cei (Comunità episcopale italiana).

La lectio magistralis dell’accademico di Francia, tenuta venerdì di fronte a un platea gremita e moderata da padre Andrea Dall’Asta, è stata un sunto breve ma incisivo dei saggi più taglienti pubblicati da Jean Clair scritti negli ultimi vent’anni, da La crisi della modernità (1994), al più recente L’inverno della cultura (2011). Come in quei fondamentali testi, il critico, introdotto da un emozionato Luca Beatrice, ha adottato un approccio di denuncia nei confronti del sistema dell’arte, che, da manifestazione fondamentale del culto religioso è successivamente degradata in cultura e, infine, si è persa nell’abisso infernale del culturale, dove il valore di un’opera non ha più nulla a che fare con l’ambito estetico, ma risiede esclusivamente nel suo correlato economico. Riprendendo le accuse mosse nel suo ultimo saggio, Clair non ha mancato di fare alcuni esempi chiave della mistificazione contemporanea, da Damien Hirst, a Maurizio Cattelan, sino a Jeff Koons, la cui fama sarebbe stata la conseguenza di un astuto stratagemma finanziario messo in atto da una manciata di grandi gallerie, le quali avrebbero speculato in un modo immorale molto simile a quello utilizzato da Lehman Brothers per scatenare la crisi dei subprimes che ha dato il là al tracollo dell’economia occidentale.

«Gli hedge funds ci hanno offerto un esempio di quello che la manipolazione finanziaria riesce a tirare dal nulla – ha dichiarato Clair – mischiamo il credito a rischio con altri titoli un po’ più sicuri. Esponiamo quindi il vitello di Hirst accanto a opere già accreditate, dotate di un rating finanziario tripla o doppia A nel mercato dei valori, e quindi più affidabili. Facciamolo poi entrare in un circuito di gallerie private, in numero limitato e perfettamente al corrente del procedimento, con una bella sede e visibilità internazionale, che sapranno ripartire i rischi. Questo nucleo di iniziati costituisce il gruppo degli azionisti che finanziano il progetto, portano i capitali, assumono i rischi. Promettono quindi agli acquirenti un rendimento elevato, dal 20 al 40% alla rivendita, a patto che questa si faccia rapidamente, entro sei mesi per esempio. La galleria stessa si può impegnare, se l’opera non dovesse trovare acquirente, a ricomprarla al prezzo di vendita. Infine, a coronamento del tutto, si otterrà da un’istituzione pubblica, un museo, l’organizzazione di una mostra, di cui le spese saranno coperte dal consorzio di gallerie che lo promuovono».

A questa potentissima pars destruens, Clair ha fatto seguire un breve accenno a quella che secondo lui sarebbe la soluzione ai mali dell’arte, ovvero un ritorno all’originario culto dell’immagine, quasi impossibile, almeno nella culturalizzata Europa, a detta dello stesso autore. «L’arte non esiste. Esistono le immagini, solo che noi europei ne abbiamo completamente dimenticato il potere. Molte persone – ha concluso il critico – sono morte per il potere di un’immagine, basti pensare al divieto di culto imposto da determinate religioni in epoche in cui l’espressione religiosa era controllata. È stato molto commovente tornare a San Pietroburgo e vedere le icone sacre nelle chiese invece che nei musei in cui erano confinate nell’ex Unione sovietica. Ma questa differenza, purtroppo, in Occidente pochi riescono ad apprezzarla».

 

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