Jan Fabre, un catalogo

Ci sono tanti modi per fare un catalogo che racconti una mostra o che sia svincolato da questa e incentrato sulla figura dell’artista o del movimento del quale si intende parlare. Ci sono tante ragioni per fare un catalogo anche se nella stragrande maggioranza delle volte quell’insieme di pagine ha per scopo la documentazione di qualcosa. Spesso, non sempre, il fine del catalogo influenza il modo di farlo. Una buona scrematura può essere fatta fra lavori realizzati direttamente dall’artista che parla di se stesso e lavori nei quali è qualcun’altro a parlare dell’artista. Solitamente i primi possono rientrare essi stessi nelle opere del creativo e considerati parte della loro produzione artistica mentre più forte per i secondi è la vocazione all’archivio, all’ordine, al documento.

È in quest’ultima categoria che rientra pienamente il lavoro Stigmata pubblicato da Skira, scritto e curato da Germano Celant e dedicato a Jan Fabre. Il voluminoso catalogo (stiamo parlando di 664 pagine) è uscito in occasione della mostra che il Maxxi ha dedicato al fiammingo. Celant dal canto suo ha messo su un lavoro che risponde pienamente alla necessità di ordinare un campo difficilmente archiviabile come quello effimero della performance. Molto si è scritto su quanto impossibile o meno sia ricordare un evento per sua natura irriproducibile con delle tecniche riproducibili quali la fotografia e il video. Il critico ha fatto una scelta e ha corredato i suoi scritti sull’artista con delle fotografie che lo ritraevano intento nelle sue azioni. Più esatto in questo caso sarebbe il contrario: le molte immagini del catalogo sono incorniciate dai rari ma puntuali interventi di Celant.

Il lavoro si apre con un testo introduttivo del critico che traccia una sommaria storia della performance facendola risalire agli esempi dei futuristi, scrive: «La prima metamorfosi delle condizioni visive dell’artista, sia come persona che come cosa, può essere datata al 1912, quando i futuristi russi e italiani cominciano a pitturarsi, trasformando la loro stessa pelle in una superficie colorata». Da qui si passa all’età d’oro della performance fra Sessanta e Settanta con i suoi protagonisti: Dennis Oppenheim, Vito Acconci, Rebecca Horn e Marina Abramovic per approdare infine a Fabre: «L’oscura forza dell’artista nasce da gesti di appropriazione di paesaggi urbani, nasce dalla violenza e dall’esistenza crudele: un inferno dominato da droghe e cambiamenti politico sociali». In ordine rigorosamente cronologico vengono presentate tutte le performance dell’artista dalla prima del 1976, all’ultima del 2013.

I documenti fotografici vengono alternati a una lunga intervista che Celant ha fatto a Fabre e divisa in quattro capitoli. Nelle domande e nelle risposte viene ripercorso il cammino artistico del fiammingo, trascritto cercando di mantenere lo scorrere del tempo reale dell’intervista, Celant riporta anche le sigarette che è accesso Fabre durante la loro conversazione e Fabre stesso conlude, parlando del catalogo: «Essenzialmente non sarà mai finito» e così come è cominciata finisce l’intervista con l’ultima sigaretta accesa.

Germano Celant, Stigmata, Skira, 644 pagine, 100 dollari