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La nuova galleria Achille Forti

Verona, finalmente un miracolo! Dopo anni di incertezze, scelte organizzative molto discutibili e incapacità decisionale, apre rinnovata la Galleria d’arte moderna Achille Forti in una sede espositiva eccezionale: Palazzo della Ragione. Non ha senso fare nuove chiacchere sulle problematiche della città scaligera sopratutto in questo periodo. Nulla a che vedere con il museo, ma sono inevitabili le polemiche che purtroppo toccano tutti i settori comunali compresi quelli coinvolti nella tutela del patrimonio artistico, tanto più se si pensa che l’assessorato alla cultura è una delle tante deleghe nelle mani del sindaco Tosi. In questi giorni la protagonista dev’essere l’arte e con lei tutto il bello che sa trasmettere, cancellando le negatività politiche e le volgari e disgustose vicende che avvolgono il nostro bel paese. Palazzo della Ragione è tra i più grandi rappresentanti dell’unicità di Verona dove diversi elementi si sono sovrapposti dando forma a un complesso monumentale che rappresenta la città nel suo nucleo più antico con la Torre dei Lamberti, la Scala della ragione e la Cappella dei notai.

Per la prima volta la collezione civica, quella di Fondazione Domus e Fondazione Cariverona si uniscono lungo un percorso che copre un secolo di storia delle arti visive, dal 1840 al 1940. Il direttore artistico, Luca Massimo Barbero, ha deciso di concentrarsi su quattro grandi sale che compongono il piano nobile del palazzo: sala delle Colonne, sala Quadrata, sala Picta e sala Orientale. «Ho voluto creare un percorso di opere – spiega Barbero – che legassero gli spazi del palazzo alla storia delle collezioni, in vista di un museo permanente della città e per la città di Verona. Per questo motivo, al centro delle scelte vi è l’idea di una restituzione dei beni artistici e storici alla cittadinanza attraverso il potenziamento e lo sviluppo delle capacità narrative dell’allestimento pensato sia per i veronesi, che incontreranno nuovamente i personaggi e le vicende della loro città narrate in queste opere, sia per un turismo che potrà comprendere gli spessori e le complessità artistiche della città di Verona anche grazie allo studio di questi testi visivi. Il palazzo – continua il direttore artistico – insieme alla Torre dei Lamberti, al Cortile del mercato vecchio e alla Scala della ragione, oggi nuovamente percorribile, diverrà infatti un unico spazio di cui il visitatore potrà fare esperienza interloquendo con l’architettura, la storia e con le molteplici stratificazioni culturali che il tempo ha depositato in questo edificio. Il valore delle opere esposte e la curiosità che queste susciteranno, raccontano quindi a ogni tipo di pubblico tanto la storia dell’arte quanto, e soprattutto, le vicende storico-artistiche della città scaligera». 150 opere sono in grado di comunicare in modo singolare e unico la storia dello sviluppo culturale di Verona, d’Italia e del mondo seguendo una linea che le mette in relazione e a confronto fra loro ma allo stesso modo ognuna protagonista della propria profonda singolarità descrittiva. I visitatori sono accolti da due importanti sculture: l’Achille ferito del 1833 di Innocenzo Fraccaroli, considerato dai contemporanei l’erede del Canova e uno dei più alti continuatori dell’arte neoclassica, e il marmo dell’allora scandalosa Orgia, 1851, di Torquato della Torre. La Verona ottocentesca è collocata nella sala che si affaccia sul Cortile del mercato vecchio e su Piazza delle erbe, chiamata delle Colonne per la presenza di colonne aggiunte all’inizio del XVII secolo per sostenere il peso delle carceri collocate al piano superiore. Tra i lavori esposti Meditazione di Francesco Hayez, Pia dei Tolomei condotta in Maremma del 1853 di Pompeo Marino Molmenti o ancora del Ferrarin, Piazza Erbe, opera del 1839. Di seguito la sala Quadrata, considerata originariamente la parte più nobile del palazzo per funzione e decoro, si trova nella Torre della Cappella ed era un salone di rappresentanza per le cerimonie ufficiali e per il ricevimento di personalità. Qui al centro “la luce tardo ottocentesca”, caratterizzata dal continuum di colonne con la sala precedente, da un imponente arco a serliana sanmicheliano e da un soffitto ligneo della seconda metà dell’Ottocento. Oggi il verismo riempie le pareti con un esempio significativo in Foglie cadenti di Angelo dall’Oca Bianca, i lavori del pittore bolognese Alfredo Savini, direttore dal 1900 al 1924 dell’Accademia di Belle Arti Cignaroli di Verona, in sala con i grandi dipinti Pini sul Garda e La pace del 1900-24, quest’ultimo ripresentato dopo anni grazie a un accurato restauro. Le tele dialogano con le due sculture in cera di Medardo Rosso, Bookmaker ed Ecce Puer, presenti due opere fondamentali della collezione Forti: il dipinto di Angelo Morbelli, S’Avanza del 1896, riconosciuto dalla critica e dal pubblico, fin dalle sue prime apparizioni, come uno dei suoi più grandi capolavori e la tela di Giovanni Fattori, Grandi manovre del 1904 che riprende i temi del Risorgimento e i soggetti militari della Verona post-austriaca passata all’unità d’Italia, e che introduce cronologicamente alla sala successiva. Destinata in passato alle riunioni del Maggior Consiglio cittadino, la sala Picta, nella prima parte affronta i temi della ritrattistica verista e quelli del paesaggio, nelle opere di Ettore Beraldini, I vecchi, Alfredo Savini, Pescatori a Garda, e Arturo Tosi, Paesaggio, che testimoniano il procedere della pittura verso l’astrazione figurativa.

La seconda parte è dedicata alle tensioni della neoavanguardia con una sezione quassi antologica di nove lavori di Gino Rossi, tra questi Ritratto di Signora del 1914, così come anche il gruppo di ritratti di Pio Semeghini, e la presenza di altri protagonisti di quell’intensa stagione di rinnovamento e opposizione alla Biennale, che ebbe il proprio centro a Ca’ Pesaro e di cui è un esempio il raro dipinto di Ugo Valeri, Figure veneziane. Eccoci ora con altre neonate avanguardie di questo stesso periodo storico: i ritratti di Umberto Boccioni, Ritratto di Achille Tian e Ritratto dell’avvocato Carlo Manna entrambi eseguiti nel 1907, l’opera Bagnanti di Giorgio Morandi e le Nature morte di Gino Severini. Prima di tuffarsi nella quarta e ultima sala, davanti a noi la Cappella dei Notai: uno sbalzo temporale e artistico indietro nel tempo. La ricchezza del ciclo decorativo, realizzato a cavallo tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, comprende grandi dipinti su tela a forma di lunetta e dipinti ovali fissati alle volte. Opere di Alessandro Marchesini, Giambattista Bellotti, Santo Prunati e Louis Dorigny, che hanno scelto soggetti tratti per lo più da episodi della vita dei Santi Zeno e Daniele, a cui si aggiungono i temi della giustizia nell’Antico Testamento e della salvezza nel Nuovo. Andrea Zanoni, pittore padovano, è invece l’autore della maggior parte delle quadrature pittoriche murali a carattere illusionistico e di sfondamento prospettico. Infine la sala Orientale, realismo e monumentalità tra le due guerre, presenta Augusto Manzini, Guido Farina e Aldo Kessler. Il percorso prosegue con un affondo dedicato al tema del Realismo, con una singolare natura morta di Giorgio de Chirico, I Cocomeri con corazze e paesaggio del 1924 fa da apripista alle tele di matrice espressionista di Ottone Rosai e alla sensibili tematiche di Filippo de Pisis, come l’imponente Natività omaggio a Bassano, le nature morte e l’originalità dell’opera La gabbietta di Cocò del 1938, l’inseparabile pappagallo dell’artista, dipinta a quattro mani insieme a De Chirico, Campigli e Tosi. L’esposizione si chiude in un confronto tra il tema del monumentale e quello dell’intimità della nuova ricerca artistica. Queste due tensioni, in contrasto ma coesistenti, sono rappresentate da un lato dai dipinti di Giorgio Morandi e dal Cavaliere di Marino Marini, dall’altro l’enorme tela del pittore veronese Pino Casarini, La disfida di Barletta.

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