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Conferenza alla Quadriennale

Nella sede di villa Carpegna, la Quadriennale di Roma ha dato vita alla giornata di studio Sapersi molto vicini. Arte, letteratura, critica nell’Italia contemporanea, a cura di Stefano Chiodi, Davide Ferri, Antonio Grulli. Il dibattito si è articolato in due tavole rotonde introdotte dal saluto di Jas Gawronski, presidente dell’istituzione romana che dal 1927 promuove l’arte contemporanea: la prima è stata Scrittura, identità, memoria: la critica oggi in Italia, mentre nel pomeriggio si è trattata La nuova critica d’arte italiana: formazione, modelli, spazi di intervento. Il cuore della riflessione è stato il confronto tra la critica letteraria e quella d’arte nella contemporaneità, con attenzione al parallelo corso diacronico, ma soprattutto con uno sguardo alle possibili interazioni, passate e future, che ha permesso ai presenti parecchie illuminazioni e lasciato qualche domanda aperta. Ad animare la conversazione erano rappresentati tutti i protagonisti che in vario modo gravitano attorno all’arte e concorrono a renderla un atto comunicativo esemplare: lo scrittore Emanuele Trevi, il critico letterario Andrea Cortellessa, gli artisti Flavio Favelli e Giulia Piscitelli, i critici d’arte e curatori Barbara Casavecchia , Luca Cerizza, Luca Lo Pinto, nonché storici e docenti universitari come Michele Dantini, Emanuela De Cecco e Maria Grazie Messina. Tra i due momenti del convegno si è inserita brillante conversazione di Stefano Chiodi e Andrea Cortellessa con Achille Bonito Oliva.

Negli ultimi anni è divenuta comune l’esigenza della critica di ridefinire se stessa, sia riguardo le arti visive che quelle letterarie. Questa coincidenza non è casuale. L’attività della scrittura ha subito grandi evoluzioni nell’era digitale. Il tempo stesso della scrittura non resta indenne al cambiamento, la velocità del mondo contemporaneo impone regole spietate e spesso si riduce il tempo del cosiddetto otium, consacrato alla riflessione, al dialogo interiore, all’elaborazione di testi meditati e frutto di sapienza approfondita. Il dibattito critico si mostra oggi frammentato, fatica a trovare spazi comuni, diviso tra quotidiani, contenuti per il web e magazine specializzati. Emerge nelle tavole rotonde alla Quadriennale un archetipico bisogno di confrontarsi con i grandi padri, quegli stessi maestri che si voleva superare in nome della contemporaneità. Inevitabile ricordare nomi immensi della critica letteraria come De Benedetti o della critica d’arte come Longhi, punti di riferimento che hanno fatto della scrittura critica un’arte. Ma le arti contemporanee intraprendono continuamente nuovi percorsi, usano nuovi mezzi e sono colte da inedite ispirazioni, e per questo esigono dalla critica un nuovo vocabolario che le racconti e le interpreti a vantaggio dei fruitori.

Cruciale resta il tema della formazione universitaria e del rapporto, non sempre sinergico, tra curatori di mostre e critici da una parte e studiosi accademici dall’altra: Achille Bonito Oliva ha utilizzato una dei suoi geniali neologismi per indicare un certo tipo di critica classica ormai obsoleta, gli “arganauti”, che condensa bene la distanza che ci separa dalla critica di ieri e l’urgenza di un nuovo dibattito sul tema.

Molto è cambiato il rapporto tra critici e artisti, si è dissolto quel clima di contrapposizione frontale degli anni ’70, ed entrambi si trovano uniti in quel salto nel vuoto che è ogni gesto artistico. L’attenzione al contesto sembra maggiore. Il mondo universitario chiede un aggiornamento metodologico e insiste sulla prospettiva storica e filologica per fornire agli studenti un paradigma critico, anche a costo di imporre la lettura di testi complessi e non comprensibili, perché è fondamentale mobilitare tutte le loro risorse intellettuali. Gli storici d’arte lamentano la mancanza di corsi seminariali a vantaggio delle lezioni frontali, che risultano meno coinvolgenti e maieutiche e, soprattutto, non avviano all’importante esercizio della scrittura. Si è discusso anche sul ruolo del critico rispetto all’artista, evidenziando un suo venire dopo, che non necessariamente significa secondarietà, anzi talora rappresenta un vantaggio, nella sua attività di mediazione col pubblico e di costruzione di una prospettiva storica ed estetica. Concludendo con un fulminante aforisma di Bonito Oliva si può dire che nel territorio magico che è l’arte, «critici si nasce, artisti si diventa e pubblico si muore».

 

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