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I monocromi di Meppayil

«C’è un’artista indiana che si chiama Prabhavathi Meppayil, che fa dipinti minimalisti di gesso, una sorta di Agnes Martin contemporanea, che è stata una piacevole scoperta», così Massimiliano Gioni si esprimeva l’anno scorso, in un’intervista al Giornale dell’arte, sull’artista di Banglore, in occasione della 55. Biennale di Venezia. Selezionata per la sezione dei cosìddetti artisti outsider, da quel momento Prabhavathi, classe ’65, si è affermata in modo più decisivo nel panorama italiano e internazionale. Dal 4 aprile fino al 12 maggio le sue opere sono in mostra nella Galleria dell’American Academy in Rome, storica sede sul Gianicolo, raggruppate sotto il titolo Nine seventeen: «Il titolo dell’esposizione – spiega Peter Benson Miller, Andrew Heiskell Arts director dell’accademia – è un gioco di parole scelto dall’artista per esporre una collezione che raggruppa una serie di nove dipinti, di cui un’opera è composta da nove pannelli».

Chi non conosce l’artista, potrebbe aspettarsi di ritrovare in quest’esposizione l’iconografia familiare di Indian Highway, la mostra che nel 2011 presentava al Maxxi una vasta panoramica sugli artisti dell’india contemporanea, fatta di colori vivaci, installazioni monumentali e anche un po’ kitsch. Niente di più sbagliato. Entrando nelle due sale spoglie e dalle pareti bianchissime che ospitano la mostra, ci si immerge in un’atmosfera quasi religiosa. È con sorpresa che colpisce l’estremo minimalismo della produzione monocroma di quest’artista che, se da un lato abbraccia le pratiche artigianali e le tecniche tradizionali di lavorazione indiane, dall’altro è profondamente influenzata dal linguaggio minimalista statunitense. Astratta e concettuale, la sua arte si allontana dalla cultura popolare che metteva in luce l’esposizione del Maxxi, offrendoci un altro punto di vista sull’arte indiana, più silenzioso e discreto, testimone di una pittura dai tratti scultorei. Tiene a precisare Benson Miller durante l’incontro con la stampa che quelle affisse alle pareti non sono tele bensì pannelli bianchi, la cui superficie viene ricoperta di gesso e poi levigata, a volte puntellata manualmente, a volte lascia emergere una sottile trama di fili di rame. L’artista si serve di un’antica tecnica della tradizione orafa (ereditata dalla sua famiglia), i cui strumenti, come il thinnam, servono per incidere motivi ornamentali e monili. Il risultato è quello di una serie di achrome, come lo stesso direttore li definisce, con esplicito riferimento a Piero Manzoni, che assumono l’aspetto di schemi lineari e griglie. Tuttavia le superfici, seppur compatte nella loro serialità, non denotano una rigorosa regolarità geometrica ma, come spiega Benson Miller: «sono volontariamente discontinue perchè l’artista vuole far notare le imperfezioni. Al contrario di Agnes Martin che disegnava le sue linee su una superficie, aggiungendole, Prabhavathi toglie il gesso per far apparire la linea». Come direbbe Michelangelo, l’artista lavora non per “via di porre” ma “per forza di levare”.

È con determinazione che Prabhavathi Meppayil afferma più di una volta: «è il processo la parte fondamentale del mio lavoro, non tanto il risultato» perché necessità vitale è per lei mantenere un contatto diretto con la materia. Per questo le incisioni ricamate sul gesso non sono eseguite attraverso rullo meccanico ma manualmente, una a una, attraverso un lavoro di pazienza e costanza. Il tempo del processo è metodico, lento, meditativo e s’insinua nelle opere, prolungandosi anche successivamente, nella fase che sussegue il completamento dell’opera: «l’ossidazione dei fili di rame è parte integrante del lavoro, ne modifica quindi aspetto e colore. Il tempo cambia l’opera». I monocromi, oltre ad essere un richiamo ai grandi nomi del minimalismo statunitense, come Robert Ryman, si accostano involontariamente alla produzione italiana di monocromi realizzati da artisti come Piero Manzoni ed Enrico Castellani ma anche agli affreschi del passato. La scelta del bianco più che sancita da una necessità, è una conseguenza della scelta del materiale che l’artista utilizza: «per il momento mi concentro sul monocromo – afferma l’artista – ma sono interessata al colore come elemento e non escludo che in un futuro possa pensare di occuparmene». In un certo senso, la realizzazione pratica delle sue opere è vista dall’artista come un processo mentale oltre che fisico, che si carica di un valore quasi terapeutico, riuscendo a sintetizzare, come dice il direttore artistico: «un connubio tra arte occidentale e linguaggio universale».

Nine seventeen, dal 4 aprile fino 12 maggio, American Academy in Rome, via Angelo Masina, 5; info: www.aarome.org

 

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