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Collettiva al Maam

Con l’arrivo della primavera, il Maam, acronimo del Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz, la città meticcia, si appresta ad arricchire il proprio tessuto culturale grazie alle opere di diversi artisti pronti a confrontarsi con gli spazi di un ambiente effimero e transitorio. Giovanni Albanese, Mauro Maugliani, Marco Casolino, Diamond, Michele Welke, Vito Bongiorno, Aladin, Alberto Timossi e Gianfranco Scriboni presenteranno al pubblico gli interventi site specific ideati per continuare il serrato dialogo tra l’arte contemporanea e gli abitanti che popolano la città meticcia di Metropoliz. Questo spazio è nato dal 2012 nella periferia romana e sorge negli interminabili interni della ex fabbrica Fiorucci, oggi occupata a scopo abitativo da molte famiglie di varie nazionalità. Tra i cunicoli di questi immensi locali sorge il Maam. Nel corso degli anni sono stati molti gli artisti che ne hanno decorato gli angoli con le loro opere. Da stasera il Maam si rifà il look, in vista della primavera. Tra gli artisti in mostra c’è anche Mauro Maugliani, un artista dalla tecnica raffinata. I suoi ritratti minuziosamente composti, sondano il mondo circostante, rappresentano lo specchio con cui l’autore indaga la psiche umana. Il ritratto diviene una membrana epidermica dove Maugliani sperimenta il suo linguaggio, impossessandosi di una matrice estetica di comunicazione.

Lo abbiamo intervistato in occasione del suo intervento al Maam cercando di comprendere quali obiettivi sono alla base della sua ricerca stilistica.

Mauro, il tuo intervento al Maam si installa in un contesto effimero e transitorio, queste peculiarità rappresentano la forza di un luogo che sta crescendo nonostante le difficoltà e i dissidi che gli abitanti stanno affrontando. Da cosa è scaturita la tua decisione di voler partecipare a questo ambizioso progetto artistico? «Tutto è transitorio, il nostro percorso di vita, il divenire del giorno, tutto cambia più o meno velocemente, il mio modo di lavorare, nel mio intervento site specific utilizzo un inchiostro Bic su carta, l’inchiostro è un elemento instabile e fotosensibile, l’opera quindi si evolve nel tempo. Trovo interessante il fatto che un lavoro possa mutare senza più dipendere dal controllo dell’artista, è questo che mi ha mosso verso con il contesto del Maam, l’armonia di una metamorfosi».

La matrice tecnica presente nei tuoi lavori è la cifra stilistica che ti caratterizza, la perfezione fotografica contraddistingue i ritratti che componi ma questa non è una ricerca univoca, fine a stessa. Esiste nel tuo lavoro una componente psicologica dove interpreti il soggetto che stai rappresentando. Nei tuoi recenti lavori la tecnica sta evolvendo, quali sono gli elementi che stanno confluendo in questa inedita ricerca? «L’apparente facile leggibilità del mio linguaggio espressivo è fuorviante, la tecnica è un mezzo che mi permette di arrivare a qualcosa di altro, non è un semplice virtuosismo, che pure contribuisce a rafforzare i miei antiritratti. Il mio è un viaggio sull’umanità, sulle angosce, ma soprattutto sulla precarietà dei miei personaggi tratti dalla strada che vogliono restituire con lo sguardo una sincretica analisi sulla società, sperduti e fragili perché antieroi. Un continuo flusso fra superficie e profondità, fra epidermico e psicologico, in un’esplorazione continua sulle nevrosi umane ed anche sulle mie. Questa è la mia direzione».

Recentemente sei stato vittima di un vile attacco di vandalismo che ha avuto il sapore di censura. Nella tua ultima mostra a palazzo Collicola l’opera danneggiata è stata mostrata al pubblico senza alcun intervento di restauro proprio per sottolineare la volontà di denunciare l’ignobile gesto. Che cosa ti ha rammaricato di più in questa vicenda? «L’atto in sé, l’aggressione quasi fisica sulla mia opera, sulla mia ricerca, su di me. Quasi una cartina tornasole su un’indagine della società, talmente vera da farci poi i conti, per i risvolti che il lavoro suscita nel bene e nel male. La censura è sempre una limitazione della propria libertà di espressione».

Il critico Albert Aurier dedica nel 1889 un saggio concernente il nuovo linguaggio pittorico dove afferma: ”Dal momento che nell’arte così concepita, il fine non è più la riproduzione diretta e immediata dell’oggetto, tutti gli elementi del linguaggio pittorico, linee, piani, ombre, luci, colori, diventano elementi astratti che possono essere combinati, attenuati, accentuati e deformati a seconda modalità espressiva, per arrivare all’obiettivo finale dell’opera: l’espressione di quell’idea, quel sogno, quel pensiero”. Quale obiettivo ti prefiggi nel realizzare un’opera d’arte? «Tutto contribuisce alla realizzazione di un’opera, ogni elemento diventa determinante, anche l’umore. Per quanto si possa calcolare la riuscita finale, non sono mai certo di quello che sarà. Bisogna essere dei veri visionari, il pensiero iniziale vuole inseguire un’idea di per sé irraggiungibile, poi però le cose prendono forme inattese e si controlla se funzionano. Per quanto concerne il progetto iniziale, la strada che lo attraversa è una forma di mantra. Lo scopo principale che mi prefiggo è comunicare un pensiero».

Il tuo percorso creativo è sorprendente, la gestazione delle tue opere parte da un progetto che in ultima istanza si compie nel manufatto pittorico. Che cosa vuoi dire quando affermi di odiare la pittura? «Il mio lavoro si compie sul manufatto pittorico, ma i supporti stanno cambiando, interagiscono con l’ambiente, sono in migrazione su nuovi elementi e la mia pittura con loro. Per quanto mi riguarda non basta appendere un quadro. L’arte è un’esperienza e dunque va vissuta e sceneggiata nella sua interezza, lasciandosi andare alla contaminazione che gli spazi suggeriscono. Quando dico che odio la pittura è perché rappresenta un enorme sforzo mentale, sia nel farla che nel comprenderla, così come nel condividerla. Rappresenta qualcosa di complesso, fra amore e odio, una continua impellente faticosa ricerca per capire me stesso rispetto alle superfici bianche, anzi le definirei vuote. Forse del mio lavoro non accetto questa necessità di dover fare i conti con il vuoto».

Dopo l’esperienza al Maam che per un artista rappresenta una sfida con l’ambiente circostante e con il contesto che alimenta un luogo fuori da ogni schema, quali progetti ti attendono? «Sono appena partito con un nuovo ciclo di opere, sostanzialmente un progetto inedito che rappresento lo sviluppo e il mutamento del lavoro presentato a Spoleto ed al Maam. Sarò presente in una grande mostra pubblica a Milano e nel mercato europeo ed internazionale attraverso importanti fiere».

 21 marzo, Maam, Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz, via Prenestina 913, Roma
info: www.spacemetropoliz.com 

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