Eventi

Un insolito Giuoco delle parti

Era il 1957 quando Umberto Orsini ha esordito a teatro con Il diario di Anna Frank, l’82 quando ha affrontato sulle scene Luigi Pirandello per la prima volta in Non si sa come, con la regia di Gabriele Lavia. Stessa regia, quattordici anni dopo, per Il giuoco delle parti che l’attore ripropone oggi, a distanza di diciotto anni, con Roberto Valerio come regista e una compagnia nuova di zecca. La commedia pirandelliana riproposta nel parterre del’Eliseo – di cui Orsini è stato per diciott’anni, fino al ’97, direttore artistico – da uno dei maestri del teatro italiano contemporaneo, è una pièce che s’inserisce nella tradizione interpretativa sull’autore agrigentino e al tempo stesso se ne discosta.

Pirandello scrisse la commedia sul finire della prima guerra mondiale, ma di quel conflitto l’opera non serba traccia, riecheggiando invece un altro scontro, assai più famigliare. L’inizio della malattia mentale della moglie, Maria Antonietta Portulano, sposata per amore e interesse ventisei anni addietro, che di lì a poco sarebbe stata rinchiusa in manicomio, da dove di fatto non sarebbe uscita per il resto della vita. È dall’attenzione alla follia personale eco di quella sociale che trascende in Pirandello il canovaccio dell’opera. Una lucida follia, quella del protagonista, Leone Gala, che ha capito il gioco della vita e vi si attaglia, eliminando dal proprio vissuto ogni forma di passione che non sia quella per la cucina e ogni sentimento, salvo una filosofia razionalistica che lo rende inattaccabile agli eventi e ferocemente ostico alla moglie Silia. Ed è solo per salvare le apparenze d’una moralità borghese che Leone s’ostina a frequentare la moglie, concedendogli in sua vece la compagnia d’un grigio amante, Guido Venanzi, neppure capace di nuocere al consorte, come lei gli chiede. È però il caso a fornire alla signora l’occasione per sbarazzarsi del marito, un caso a cui Leone s’acconcia com’è suo costume, recitando la sua parte nel gioco ma rovesciandolo in tragedia, senza dare scampo al rivale.

Lucido dramma grottesco della follia, dunque, quello portato in scena da Pirandello: dell’impossibilità di essere, una volta che si è capito il meccanismo delle convenzioni e delle costrizioni sociali, fuori dalla propria maschera, oltre il gioco delle parti che la vita impone senza pagare un duro scotto: l’uscita morale o materiale dal mondo degli altri, chiudendosi in una propria realtà, incomprensibile ai più. È quello che alla fine riduce Leone a una larva di sé, vincitore neppure morale della tenzone. Perché con la vita non si può scherzare né vincere, al massimo si finisce pari e patta.

Orsini rimette in scena tutto ciò con numerosi cambiamenti scenici, a partire dal tempo unico di un’ora e mezza invece dei tradizionali tre tempi pirandelliani, facendosi voce narrante del protagonista che in una serie di rimandi temporali spezza l’unità del racconto per rievocare e rivivere i passi salienti della tragica storia. Aiutato in ciò dalla scenografia scarna di Maurizio Balò, dai colori cangianti e dalle strutture mobili, claustrofobiche e opprimenti, sostanziali ai fini della dilatazione dei tempi del racconto. Un classico rivisitato da un maestro del genere, insomma, che alla vigilia dei suoi 80 anni mostra ancora di saper calcare le scene come pochi, come ricordano le foto dei suoi 60 anni di spettacoli esposte nel foyer del teatro Eliseo di Roma. Fino al 9 marzo, poi in tournée. Info: www.teatroeliseo.itwww.compagniaorsini.it.

Commenti