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Il mito della città

In controtendenza con i recenti segnali di forte precarietà nella programmazione culturale del Macro di Roma, inaugura oggi negli spazi della Pelanda Postbabel e dintorni, una grande mostra dedicata alla ricerca dell’artista siciliano Vittorio Messina. All’incontro con la stampa ha preso parte anche l’assessore alle politiche culturali del Comune di Roma, Flavia Barca che, dialogando con l’artista e con il curatore della mostra Bruno Corà, ha affermato che «la grande sfida oggi è di dare alla città la possibilità di venire fuori e di espandersi» aggiungendo che per lavorare sul cambiamento è necessario il «tempo di pensare e di progettare le cose». E proprio la città, divisa tra la sua dimensione ideale e il confronto con le rovine, occupa un ruolo centrale nella ricerca di Vittorio Messina e in questa specifica mostra. Come afferma l’artista «Babel è una mitologia, un mito», per questo il concetto di città ideale si configura come un bisogno, come «un’emergenza intellettuale». Il nostro reale però si colloca in una condizione irrimediabilmente postuma nei confronti di questo mito e noi non possiamo far altro che abitarne i dintorni, fatti di frammenti e di rovine. Ed è proprio in questa condizione postbabelica, di totale frammentazione e inaccessibilità dei linguaggi, che si colloca la ricerca dell’artista. Il suo compito è quello di «occuparsi delle parti deboli del sistema», cercando attraverso il suo lavoro di stabilire attimi «d’integrazione momentanea» all’interno di un universo di frammenti; è per che opere così diverse, come quelle ospitate nei padiglioni della Pelanda, riescono a confluire in un progetto unitario.

In mostra ritroviamo molte delle coordinate visive e concettuali caratteristiche della ricerca di Vittorio Messina: Habitat in una regione piovosa, installazione ambientale costruita appositamente per l’evento espositivo, s’inserisce all’interno della produzione ormai decennale delle “celle”, enigmatiche costruzioni abitative, divise a metà tra l’incompiuto e il dismesso, che evocano l’interesse dell’artista nei confronti dell’indeterminato e dell’indeterminabilità. Di grande interesse è anche il trittico di acquerelli dal titolo Babel, che significativamente riflettono sull’impossibilità di confrontarsi con la parola e con la forma se non attraverso la prospettiva del frammento. Oltre a lavori che propongono la rielaborazione di progetti iniziati nel passato come Hermes, video realizzato tra il 1970 e il 2008, e Sette poeti muti, una serie di disegni al neon dedicati a grandi poeti della classicità, la mostra ospita altre grandi installazioni ambientali realizzate appositamente per gli spazi del Macro. Tra queste Il villaggio vicino, un ritorno ai moduli costruttivi delle “celle” e Preparativi di nozze, rappresentazione idealizzata di una serie di balconi domestici, riflettono in modo contrapposto sulla relazione tra pubblico e privato, nell’esposizione sociale caratteristica del rito matrimoniale e nella speculare ricerca di intimità manifestata dalla cella, intesa come unità minima della vita privata. Sfidando il senso di vertigine interpretativa che le sue opere inevitabilmente producono nel pubblico, Messina grazie alla complessità delle opere allestite negli spazi del Macro, testimonia quanto il lavoro dell’artista sia in fondo quello di confrontarsi quotidianamente con un sistema incomprensibile di frammenti e di rovine, nel tentativo di raggiungere quell’attimo «d’integrazione momentanea» in grado di fornire un possibile approdo nell’universo di caos nel quale siamo immersi.

Fino al 4 maggio, Macro Testaccio, piazza Orazio Giustiniani 4, Roma. Info: www.museomacro.org

Foto Vasco Forconi

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